“Gaia”, arte e scienza in nome della Terra

Il libro firmato dal chimico Lovelock è una “poesia scientifica” sulla teoria del super-organismo connesso con l’Uomo

Oggi è arrivato un libro a casa mia. Un libro inaspettato nella cassetta della posta. Nessun messaggio allegato, solo il pacchetto spedito da molto lontano. Tempo fa avevo partecipato a una specie di gioco in cui tu invii un libro a una persona sconosciuta di cui ricevi l’indirizzo tramite chi prima di te aveva ne preso parte, coinvolgendoti nello stesso. In questo modo, hai la possibilità di ricevere un certo numero di libri. Insomma, una sorta di catena. Nell’aprire la busta, dunque, ho presto ricollegato il tutto. Nessun particolare senso di sorpresa. E invece…

“Gaia. A new look at life on Earth.” di James Lovelock è un libro di cui in questi mesi avevo sentito parlare, uno di quelli che avevo messo nella lista da leggere. Nel 1979 Lovelock scrive che Gaia (la Terra) svolge l’incessante e complesso compito di mantenere in equilibrio i cicli globali, ma che la palla rischia passare nelle mani degli uomini, i quali se la devono sbrigare da soli. La mia domanda è, a che punto siamo ora?

Cerco di informarmi di più sull’autore, prima di cimentarmi nella lettura. Quasi a farlo apposta, un titolo attira la mia attenzione. Gwynne Dyer scrive di come i geologi oggi siano sempre più convinti che ci troviamo nel bel mezzo – o meglio, all’inizio – di una nuova era. L’Antropocene, con il beneplacito di una consistente parte della comunità scientifica, è stato battezzato come epocale cappello geologico di questi 7 miliardi di uomini. E quando avremmo iniziato, a indossarlo? Solo 65 anni fa. Un’inezia per la storia del mondo, una svolta radicale per la storia dell’uomo. Sì, perché l’antropocene è l’era in cui è l’Uomo a modellare la Terra, la sua antropologica attività modifica il clima e il territorio.

L’intuizione primitiva di tutto questo è stata proprio farina di Lovelock. Gaia, dal nome della dea greca della Terra, è una teoria che ha sconvolto il mondo scientifico, quanto ha fatto fatica a essere riconosciuta e validamente accettata. Il libro esce alla fine degli anni Settanta, un periodo in cui la questione ambientale non occupava certo i primi posti dell’agenda politica o scientifica mondiale. Poi è arrivata Rachel Carson a rompere le righe, ma questa è un’altra storia (mi riprometto di raccontarla).

E’ un testo volutamente scritto con poesia e mito ad accompagnare la scienza. Forse è proprio questo che non è piaciuto agli scienziati. Gaia, un nome troppo letterario. Meglio “geofisiologia”, termine coniato dallo stesso Lovelock, un compromesso da addetti ai lavori per unire l’arte al rigore scientifico. Nella prefazione al testo firmata dallo stesso autore nel 2000 si legge: “Come scienziato, sono devoto alla sua disciplina. Ecco perché ho pubblicato un secondo libro in chiave tecnica, per rendere la mia teoria accettabile al mondo scientifico. Ma, come uomo, vivo nel più nobile mondo della storia naturale, dove le idee sono espresse con poesia ed emozione cosicché chiunque sia interessato possa capire.”

E se nel getto d’inchiostro Lovelock non si biasima per gli errori che comunque la sua teoria portava con sé e che il tempo ha contribuito a correggere, raffinando il corpus di principi che hanno iniziato a essere formalmente accettati dagli anni Novanta, ancora una volta ci si stupisce di come un libro sulla geofisica della terra possa contenere una sorta di arte metascientifica. “Contrariamente a tutte le più ragionevoli aspettative, la vita per me è ricominciata a 70 anni con la mia seconda moglie, per la quale posso dire infine che questo libro sia stato scritto dal momento che la sua lettura ci fece incontrare”. Forse per capire a che punto siamo nel mondo ora, meglio fare un tuffo nel passato. La prefazione è finita, buona lettura.