Il messaggio sbagliato del giovin Riello

Solo la cultura e la ricerca migliorano il benessere generale. O vogliamo continuare con le aziende basate solo sul “merito” di sangue?

Con un tempismo straordinario, proprio mentre si aprono le scuole e iniziano le lezioni nelle università venete, i giornali hanno diffuso con grande evidenza alcune «originali» dichiarazioni del giovane Giordano della stirpe imprenditoriale dei Riello (quelli di Aermec, non quelli delle caldaie), su come egli concepisce i rapporti scuola/università e impresa.

In sintesi, e fatte salve le distorsioni dei giornali peraltro non smentite, il neo-presidente di Confindustria Giovani Veneto – anch’egli provvidenzialmente schierato come il resto dell’associazione di categoria delle grandi imprese sulla linea pro-Renzi e pro riforme – ha palesato di non gradire nelle sue aziende la presenza di laureati, anzi ritiene che questi non servano affatto. Dalle colonne del Corriere nazionale infatti ha tuonato: «con la mia azienda stiamo cercando periti elettronici … oggi l’ascensore sociale funziona in altri modi [non con la laurea] … L’ad della sede ungherese di una nostra azienda è un diplomato entrato in azienda come operaio… mio nonno con il diploma ha creato l’Aermec, io faccio hi-tech con gli elettricisti».

Insomma il consiglio in generale ai ragazzi che viene da cotanto pulpito è quello che studiare non serve e d’altronde, lo stesso Giordano, ovviamente, non è laureato. Se non ci fosse da piangere potremmo ridere. Questo è il nuovo che avanza, i bei tomi giovani che Confindustria candida alla guida del paese. L’Italia (paese che non riesce ad uscire dalla crisi economica iniziata nel 2007 nemmeno a cannonate) dovrebbe recuperare i valori dei nostri bisnonni analfabeti, di quegli imprenditori che si saranno anche fatti da sé, ma che non sono certo il campionario da mostrare per il futuro, anche in considerazione del fatto che l’eccellenza dell’industria italiana era ed è ancora rappresentata da personaggi che con la cultura, l’innovazione e la ricerca avevano ben altro rapporto, tanto per non fare nomi ad esempio Adriano Olivetti.

Non diteglielo, a Giordano Riello, ma l’Italia è il Paese con il più alto tasso di disoccupazione giovanile, il più basso livello di investimenti da parte delle aziende in Ricerca e Sviluppo, uno dei più modesti livelli di spesa pubblica per formazione e ricerca, e in compenso possiede il più alto tasso di imprese familiari, a grande rischio di mortalità, ma implacabilmente governate di padre in figlio dalla stessa schiatta. Insomma il mondo in cui ci troviamo, quello che determina bassi salari, alta disoccupazione e scarsa crescita per le industrie, anche per quelle che lavorano seriamente, è esattamente espressione di questa retro cultura che non ha ancora capito che solo con la formazione culturale e la ricerca si migliora il benessere generale.

Purtroppo un altro messaggio della peggiore tradizione veneta e italiana, che grazie a Dio, non è fatta solo da imprenditori di questo tipo, ambiziosissimi, presuntuosi e hanno dimostrato veramente poco a parte l’essere a capo di piccole startup dall’incerto futuro e dalle pesanti sovvenzioni. Non siamo sicuri che la scuola e l’università non servano per lavorare in certe aziende. Al contrario siamo sicuri che in generale studi più approfonditi potrebbero aiutare lo sviluppo di una certa modestia, che non guasta mai, e forse non farebbe male nemmeno a chi, fortuna, aziende e cariche le ha semplicemente ereditate.

(ph: www.connectfoundation.org)