Fiere, anarchia veneta. Zaia che dice?

Ognuna per conto suo, le tre realtà devono affrontare problemi diversi. Ecco quali

A Vicenza l’ultima Fiera dell’oro conclusasi una settimana fa non è andata granché bene: gli orafi di Apindustria, Cna e Confartigianato, sia pur senza sparare contro l’organizzazione, lo hanno detto chiaramente (Gino Zoccai, Api: «Gli associati si sono lamentati del periodo, diversi clienti erano appena rientrati e ancora non pronti per grandi ordini.Il nuovo format, dopo una partenza difficile è stato vincente, ora bisognerebbe portare più clienti orientati al brand»; Andrea Zappaterra, Cna: «È andata bene, anche se poteva essere un po’ meglio. Soprattutto l’edizione è stata troppo anticipata e l’anno prossimo si parla addirittura del 1° settembre. Rischiamo che i negozianti vadano a rifornirsi più avanti»; Onorio Zen, Confartigianato: «Complessivamente, l’impressione è che le presenze siano state inferiori rispetto al passato»); versione leggermente più ottimistica da Claudia Piaserico di Confindustria, che tuttavia tradisce lo scontento: «VicenzaOro è stata penalizzata da una scelta costretta sulle date, a causa dell’anticipazione della manifestazione di Hong Kong e da una situazione incerta e statica dei mercati. C’è chi ha lavorato di più e chi meno, ma non ci aspettavamo molto ed è comunque positivo che l’estate sia andata bene e che ci fossero operatori italiani con voglia di vedere le nuove collezioni, in un mercato interno in difficoltà. In questo contesto, è stata ribadita la disponibilità del presidente Matteo Marzotto e del direttore Corrado Facco a confrontarsi con le associazioni relativamente alla lista dei buyer» (Giornale di Vicenza, 10 settembre).

A Verona l’ultima uscita significativa é del deputato del Partito Democratico, Gianni Del Moro, che ha lamentato il fatto che VeronaFiere sia ancora un ente e non ancora una società per azioni, passo necessario per facilitare le aggregazioni e quotarsi in Borsa. E’ il perno attorno al quale anche il direttore generale della fiera veronese, Giovanni Mantovani, aveva giustificato la mancata fusione con Vicenza. Ed effettivamente è “il” tema per i veronesi. Mantovani parlava di «tempi tecnici». Il fendente di Del Moro pone la questione di specificare meglio quali siano.

A Padova la fiera é impantanata, sia dal punto di vista finanziario (voci non confermate parlano di consistente rosso nella semestrale di quest’anno), sia gestionale (il negoziato per il passaggio dai francesi di Gl Events ai padovani di GiPlanet non è ancora decollato) sia giudiziario (la causa per gli affitti che la società fieristica ha smesso di pagare a Fiera Immobiliare, dopo che i francesi avevano rescisso il contratto d’affitto). Il sindaco leghista Massimo Bitonci ha applaudito alla ri-padovanizzazione della spa, ma per il resto tiene un atteggiamento attendista.

Ora, mentre Verona é sostanzialmente concentrata sul piano industriale «che deve prevedere il potenziamento dei nostri marchi, a partire da Vinitaly e Marmomacc, e lo sviluppo internazionale» (Mantovani, Corveneto 5 luglio 2016), Vicenza ha preso la strada della Riviera romagnola, verso la fusione con RiminiFiere «entro la fine del 2016». Ora, con un fatturato per quest’anno previsto a 86 milioni, Rimini é “grossa” quasi tre volte Vicenza. Il più grande, si sa, mangia il piccolo: lo si vedrà negli equilibri interni dell’assetto societario e della conseguente cabina di comando. Il trait d’union dell’operazione, quell’Umberto Lago ex assessore al bilancio del Comune vicentino e oggi presidente uscente del “proprietario finale” Rimini Holding, assicura che, da un punto di vista industriale, si tratta di un buon affare per entrambi. Ma è chiaro che il controllo della fiera berica passerà ai riminesi.

Questo, se sotto il profilo strettamente aziendale del business non costituisce problema, ne pone tuttavia uno politico ed economico, relativo al “sistema veneto”. Se Padova, troppo debole, é fuori gioco, il famoso e mai nato “polo unico fieristico” del Veneto si potrebbe pensare fra Verona e Vicenza. Saltate le nozze fra le due, non si è sentito proferir parola a riguardo dal pur loquacissimo presidente della Regione, Luca Zaia. Forse perché dovrebbe ammettere che quell’idea, che ogni tanto rispunta fuori, é fallita. E fallimentare. Ma Zaia non pare preoccupato neppure che Vicenza si mariti, nella parte della moglie, con Rimini. E l’amore leghista per il “territorio”, la “veneticità” eccetera eccetera eccetera?

Quanto all’azionista di maggioranza della Fiera Vicenza Spa, ovvero il sindaco e presidente della Provincia, Achille Variati del Pd (64% del capitale), gli è scappato che il matrimonio riminese é una mossa di sopravvivenza: «La Fiera di Vicenza ha i conti in ordine, ma anche un fatturato contenuto rispetto ai competitor e un alto indebitamento: pertanto andava messa in sicurezza» (Giornale di Vicenza, 12 settembre). Non c’entra, quindi, la scure sulle partecipate pubbliche del decreto Madia, che in fase di emendamenti ha escluso espressamente tutte le società fieristica dalla vendita ai privati.

In questo bailamme, a non essere stata abbastanza udita é la voce delle categorie economiche, presenti in tutte e tre le fiere venete (attraverso il 12,18% della Camera di Commercio a Verona, col 32% della Camera di Commercio berica e con percentuali dirette minime a Vicenza, col 20% dell’ente camerale patavino a Padova). A livello regionale, anzitutto, i cui vertici paiono non particolarmente attivi, privi di mordente, poco sul pezzo. Ma anche in quello locale: a Verona per sollecitare chiarezza sulla tempistica, a Padova per mostrare che la fiera non è abbandonata a se stessa, e a Vicenza per chiedersi cosa comporterà lo sbarco in Borsa, con l’ingresso di altri soci oltre a Rimini, per il distretto orafo e per l’indotto. Imprese, se ci siete battete un colpo.

(in foto Matteo Marzotto, a sinistra, con Corrado Facco, rispettivamente presidente e direttore generale della Fiera di Vicenza: ph. La Presse)