«Anche Leonardo non era laureato»

L’articolo di Sergio Noto dal titolo “Il messaggio sbagliato del giovin Riello” pubblicato il 13 settembre ha suscitato un ampio e pepato dibattito di indiscutibile interesse. Il presidente dei Giovani di Confindustria Veneto, Giordano Riello, (in foto) nello stesso giorno é intervenuto sulla pagina pubblica dell’autore, seguito da molti altri commenti alcuni dei quali di altri esponenti e iscritti all’associazione di categoria. Ne riportiamo gli stralci più significativi.

Giordano Riello: (…) il concetto da me espresso è che le aziende oggigiorno hanno bisogno di maestranze specializzate tanto quanto di persone laureate. E’ una semplice questione di equilibrio per far funzionare la fabbrica, altrimenti l’ingranaggio si inceppa! Immagino che a lei faccia comodo strumentalizzarlo come meglio crede per difendere stereotipi, mi faccia dire, ridicoli. Sa che le dico? Dico che mentre lei scrive io assumo! Io do lavoro! (…) Lei presuntuosamente continui a dare le sue sterili lectio magistralis mentre il mondo cresce, innova e produce! Ah, dimenticavo, se vuole venire in fabbrica le insegno ad usare il tornio ed il trapano a vite… non si sa che le possa venire utile! (…) Se avesse approfondito avrebbe visto su VeneziePost il mio articolo che riportava la correzione dovuta alla strumentalizzazione della intervista. E sul lavoro, sarò anche giovane, ma la patente del muletto per scaricare i tir l’ho presa forse quando lei doveva ancora dare l’ultimo esame all’università!

Paolo Bettinardi: Caro Giordano Riello è tipico di chi non ha mai lavorato in azienda fare questo tipo di classismo tra laureati e non. Si sprecano gli esempi di periti geniali e laureati mediocri e viceversa. Non trovo nulla di scandaloso nella tua dichiarazione che condivido.

Antonio Miccoli: Le osservazioni esposte nell’articolo sono molto dettagliate e presupporrebbero un’approfondita conoscenza della persona… (O forse non è così?) che per quanto mi riguarda risulta essere sempre educata e squisita negli incontri conviviali quanto in quelli lavorativi… Nel merito posso affermare che nel mondo del lavoro sono le competenze e le esperienze che contano… inoltre un’importanza strategica si trova insita nella serietà e solidità morale della persona come tale. La laurea non è garanzia di competenza tecnica, ne di competenza trasversale. Ne è piuttosto una promessa che a volte si realizza, a volte no.

Andrea Monti: È abbastanza chiaro che il messaggio fosse “in un azienda serve un mix di professionalità, dai laureati ai periti”. Come in ogni cosa che si rispetti serve più competenze e professionalità per poter svolgere tutte le funzioni aziendali. un ingegnere progetta ma se non ascolta il tecnico che salda o assembla (e questo non capisce/sà quello che sta facendo è non ha la competenza specifica per riproporre alcune idee/commenti All ingegnere l azienda non va avanti! Ci sono laureati bravi e laureati che che è meglio lasciar perdere, come ci sono ci sono periti che magari avrebbe voluto ma non potuto finire gli studi e altri che sono “proprio bravi così”. Il più grande progettista/ingegnere di tutti i tempi non era laureati d altronde (Leonardo).

Alfredo Nepa: Egregio professore, la sua affermazione è chiaramente equivoca perché tecnicamente sbagliata. Il problema che solleva Giordano, è reale e rilevante. Nel senso che, nel settore manifatturiero, moltissimi comparti/passaggi produttivi, restano ancora manuali, e richiedono quindi, competenze tecniche e abilità manuali specifiche, quasi totalmente perdute. Esiste l’automazione ma non può coprire, nella maggior parte dei casi, piu del 60-70% del processo produttivo. Tali competenze quindi, oggi, valgono come oro, perché sono difficili da reperire e perché sono determinanti nella fase di realizzazione di un prodotto. Bisognerebbe piuttosto chiedere al mondo delle istituzioni accademiche, perchè queste competenze sono andate perdute. Sarà forse anche a causa del fatto che abbiamo fatto credere che con un livello di formazione scolastica superiore, tutti potevano diventare imprenditori o classe dirigente?

Rasika Rumor: Scusa Giordano Riello, parlo a te, perchè ti stimo e da ciò che ho potuto vedere, non rappresenti assolutamente la figura del ‘figlio che ha ereditato’ anzi. Ti ho sostenuto in prima persona perchè ci stai mettendo del tuo, la grinta dei giovani, la voglia di fare con l’obiettivo visibile di fare qualcosa di concreto e diverso rispetto al passato. Tuttavia permettimi di fare la ‘pecora nera’ di Confindustria. :) Il prof. Sergio Noto, che per inciso NON conosco, ha però ragione sul fatto che siamo/sei giovane (attenzione giovane non significa stupido ma che usa ancora risposte impulsive/emotive). Io stessa quando avevo il 2 davanti come te ho avuto uno scontro con una mia docente universitaria sul tema laurea o non laurea, mi ha insegnato che gli anni di laurea forniscono in primis un metodo di ragionamento, un’apertura mentale, una criticità e un pensiero logico che ci permettono di comprendere, analizzare e capire più punti di vista anche quelli diversi dal nostro, base per le competenze che l’università “tenta” di insegnare (permettimi questa sintesi riduttiva dei suoi insegnamenti). Molti dicono giustamente che non è così, è vero la laurea o il voto finale, non garantiscono lo svilupparsi di questo metodo ma è altrettanto vero che il saltare questo passaggio aumenta notevolmente la possibilità che questo accada. Che poi in Italia si investa male nella formazione tecnica, non si discute (vale anche per gli arretrati corsi di laurea).(…) Il prof. Sergio Noto qui però ha sottolineato dei temi importantissimi del nostro Paese (che tu condividi, lo so): disoccupazione giovanile (tu dai lavoro, sì ma i dati parlano chiaro), bassi investimenti pubblici e privati nella ricerca e sviluppo (sono la prima a sapere che non è il tuo caso, ma hai visto anche tu i dati generali), il problema della meritocrazia (non è il tuo caso ma lo sai che in generale è così), ai temi sottolineati dal prof. aggiungo l’analfabetismo di ritorno (7 italiani su 10 non capiscono pienamente un testo scritto o frasi articolate). Detto ciò Giordano, tu sei IL Rappresentante di un gruppo, ed è TUO DOVERE rispondere, smentire, chiarire con oggettività e rispetto su questi temi, perchè molti giovani ti ascoltano.(…)
Per favore Giordano mostra che siamo un gruppo aperto al confronto e al dialogo perchè queste tematiche interessano anche a noi, e sono la cosa più importante per il nostro paese. Mostra che vogliamo confrontarci con coloro che hanno più esperienza di noi, per dare concretamente un segnale di ascolto, comprensione, di concreto cambiamento ed unione su tematiche di comune interesse. Un messaggio forte di apertura al dialogo dei giovani del Veneto. (…) Altrimenti Presidente, mi devo dissociare da tutti i commenti di chiusura, di insulti e di accuse che sto leggendo da esponenti di Confindustria giovani a questo post. Se pago una quota associativa (pesante per una piccolissima start up come la mia, ma la pago volentieri perchè credo in te e credo nel Presidente di Confindustria Venezia) per vedere che l’associazione a cui appartengo risponde a richieste di chiarimento in questo modo, NON CI STO.

Massimo Del Dotto: (…) È indubbio che un’azienda abbia bisogno di laureati e tecnici, di generali e soldati semplici. Ma è altrettanto indubbio che il sapere e la conoscenza, nel senso più ampio possibile, non possano essere un limite o un vincolo. Per come la vedo io, più ce n’è meglio è. Nella mia attività, che non c’entra nulla con l’oggetto dell’articolo iniziale, ma che ha spesso a che fare con imprenditori, mi è capitato molto spesso di incontrare persone che se avessero avuto un bagaglio di conoscenze, e anche una dose di umiltà, maggiori, avrebbero evitato bagni di sangue fnanziari epocali. Si parla di imprenditoria veneta, vorrei ricordare che fine ha fatto il sistema bancario veneto (Veneto Banca, Pop. VI, Pop VR tanto per citarne alcune) negli ultimi anni. Nella sostanza è sparito, e ha bruciato con sè i risparmi di moltissime persone, tra cui anche molti imprenditori. E tutto questo non è successo per caso, ma perchè il modello “imprenditoriale” di queste banche, e di molte aziende che ruotavano intorno, non era basato sulla meritocazia, ma sulla relazione.

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