Forza Italia, macerie in Veneto. Guardando a Parisi

Il partito si è liquefatto: unica isola vitale a Verona, mentre a Padova è imploso

Oggi la convention “Energie per l’Italia” chiuderà i battenti, aperti ieri pomeriggio. Spetterà al protagonista dell’evento, Stefano Parisi, far capire all’opinione pubblica se la sua “cosa” sia destinata a prendere il posto della “storica” Forza Italia. Quel che è certo è che l’appuntamento farà da spartiacque anche per il partito azzurro nel Veneto.

In Veneto, il partito fondato Silvio Berlusconi di fatto non c’è più: è evaporato, lasciando il posto e lo scettro alla Lega e al carisma personale di Luca Zaia. Unica isola di vitalità nel Veronese, dove gli ex rivali Massimo Giorgetti (consigliere regionale ex An nella rosa dei possibili candidati sindaco nel 2017), e Davide Bendinelli (ex consigliere regionale oggi sindaco di Garda), dicono di avere fatto la pace in attesa delle prossime sfide elettorali. Una Forza Italia veneta a trazione veronese? Sì, nel senso che nel resto della regione i colori azzurri sono completamente sbiaditi.

Passando nella vicina Vicenza, il panorama non è confortante. Dopo il tramonto dell’era Galan-Sartori, l’esponente più visibile è la bassanese Elena Donazzan: assessore regionale all’istruzione, schierata da sempre nettamente a destra e considerata vicina a Cl, risponde assai poco alla tradizione più moderata della città, quella dei Pierantonio Zanettin, Sandro Bordin e Maurizio Franzina. Se poi si pensa che quest’ultimo è da anni alla corte del sindaco democratico Achille Variati come capo di gabinetto e che un altro big azzurro come Dino Secco, da poco alla Camera subentrato a Galan, era stato riconfermato da Variati (nella veste di presidente della Provincia) come capo di gabinetto a Palazzo Nievo, si capisce quanta autonomia abbiano i forzisti nel Vicentino.

A Padova invece è il caos. La città del Santo è stata per anni il quartier generale veneto di Fi, il vero snodo di potere tra finanza, politica, università, sanità e categorie economiche. Ma la caduta del potere galaniano prima e la vittoria del sindaco leghista Massimo Bitonci poi, hanno fatto saltare gli equilibri, soprattutto quando un pezzo importante di Fi in consiglio comunale è finito tra le fila dello stesso sindaco lasciando gli azzurri senza deleghe e referati, spaccando il partito fra bitonciani e anti-bitonciani.

A Venezia la situazione è per certi versi ancora più ingarbugliata. La vittoria tutta personale del sindaco civico di centrodestra, Luigi Brugnaro, ha sparigliato le carte mettendo Lega e Fi in condizione subalterna. Nella città di San Marco l’uomo di spicco fra i forzisti è il deputato Renato Brunetta, numero uno della nomenklatura azzurra veneta. Quella nomenklatura che lo stesso Berlusconi per ripulire il brand di Fi avrebbe deciso di azzerare, Brunetta incluso. Unica eccezione l’onorevole Niccolò Ghedini, avvocato dell’ex capo del governo nonché “shogun” dello stesso Berlusconi: Ghedini infatti a differenza degli altri avrà il seggio parlamentare garantito.

Il grosso della falange azzurra veneta, a partire dai big veronesi, non ha dimostrato ostilità verso Parisi, anzi. Ma  aspetta a schierarsi. Primo per vedere quali effetti dispiegherà la convention stessa, secondo per capire cosa deciderà di fare l’imprevedibile Berlusconi. Che lancia Parisi ma al tempo stesso non molla l’ala che guarda alla Lega e che comprende un po’ la vecchia guardia come Brunetta, che ha nel governatore ligure Giovanni Toti il referente nazionale (non per niente firmatario di una recente proposta a tre sull’immigrazione coi colleghi di Lombardia e Veneto, i leghisti Maroni e Zaia). In Veneto, Berlusconi ben pensato di mantenere un presidio di irriducibili, il cosiddetto “esercito di Silvio”, ideato dal bassanese Simone Furlan (commissario a Padova).

Sullo sfondo rimane la guerra strisciante per il predominio su un centrodestra che Berlusconi non vuole lasciare a Salvini. In questo scenario molto peserà l’esito del referendum costituzionale di questo autunno. Nel caso di una clamorosa sconfitta del sì sostenuto da governo e Pd, la creatura di Parisi potrebbe essere utilissima a Berlusconi per riagguantare i transfughi impauriti dalla deriva del centrosinistra e che un tempo erano collocati nel centrodestra, a partire dall’Ncd e dai verdiniani di Ala. Se invece la coalizione guidata dal premier Matteo Renzi dovesse uscire rafforzata, Berlusconi e con lui tutta Fi potrebbero perdere l’ultimo treno.