Sistemi elettorali, quante fandonie tutte italiote

Italicum e dintorni: i nostri partiti hanno una visione “casereccia” della democrazia. Basterebbe fare qualche confronto…

L’Italia si distingue nella politica anche per il modo in cui i partiti giudicano i sistemi elettorali e i loro effetti sul sistema politico. I nostri partiti hanno una visione della democrazia casereccia, pensano di esserne gli inventori, e da tale ombelico giudicano, secondo le loro convenienze, più o meno democratica una legge elettorale. Un sistema elettorale è semplicemente la trasformazione dei voti in seggi con l’ausilio di modelli matematici, tuttavia le modalità della trasformazione hanno fortissime implicazioni politiche e su queste ci concentriamo dopo aver sgombrato il campo dalle errate convinzioni di molti politici che misurano il tasso di democrazia valutando il sistema elettorale e la percentuale di elettori che votano, incorrendo nel rischio di far sembrare democratici i Paesi dittatoriali nei quali vota il 98% o di guardare sempre all’astensione che colpisce gli altri partiti e non al risultato del proprio (specialisti in questa critica sono partiti che non raggiungono il 3%).

Un altro modo singolare di giudicare i sistemi elettorali è quello di sostenere che è più democratico il proporzionale perché fa corrispondere i voti ai seggi; a parte il fatto che oggi un sistema siffatto non garantirebbe alcuna governabilità, è più democratico quando garantisce di entrare in parlamento rappresentanti di “forze” politiche i cui voti tendono quasi allo zero, oppure è più logico politicamente fissare una soglia al di sotto della quale le liste non ottengono seggi? In Germania la soglia è del 5% ma il proporzionale combinato con la parte dei seggi distribuita nei collegi uninominali produce effetti che tutti conoscono: le forze politiche che si contendono il governo sono al massimo 4. L’Italicum, sposando i ragionamenti sopra indicati, dovrebbe essere dunque giudicato un sistema più democratico di quello tedesco (anche in Germania ci sono le liste bloccate) perché prevede uno sbarramento del 3% e, udite udite, reintroduce le preferenze che gli elettori hanno rifiutato votando SI al referendum del 1993 promosso da Mario Segni ( esso aprì la strada al maggioritario che è oggi il sistema prevalente nelle maggiori democrazie europee).

A proposito di effetti sulla distribuzione dei seggi e partecipazione al voto. Un errore che non si dovrebbe fare è quello di confondere la partecipazione al voto con il tasso di democrazia espresso dal sistema istituzionale. L’Inghilterra ha inventato la democrazia (non i Greci, come si crede) e il parlamento, oggi là si vota con un sistema maggioritario a collegi uninominali, va a votare al massimo il 52/53% degli elettori, Cameron con il 36% dei voti ha ottenuto il 55% dei seggi e Farage con il 14 % dei voti 2 seggi. Facendo un caso di scuola, ma non tanto, nei sistemi a collegi uninominali una forza politica con il 30% dei voti, ben distribuita in tutto il territorio nazionale, potrebbe prendere il 70/80/90 per cento dei seggi. Eppure è un paese democratico l’Inghilterra, non ci sono dubbi.

Con l’Italicum per avere il 55 % dei seggi devi raggiungere almeno il 40% dei voti, altrimenti vanno al ballottaggio i primi due e a quel punto chi vince deve superare il 50% dei voti. Capite che, almeno per me e per quanto ho detto a proposito dell’Inghilterra, non ha alcun significato quello che alcuni sostengono e cioè che mediante l’Italicum una minoranza governa il paese, dunque il combinato disposto della riforma costituzionale con la legge elettorale.. bla bla e via equivocando. Aggiungo un altro esempio a proposito di sistemi elettorali e loro effetti più o meno “democratici”. La sindaca di Torino al ballottaggio ha vinto con il 56% e ha votato il 54%. Non mi troverete mai tra quelli che sostengono che Appendino governa Torino in minoranza perché ha nella città il consenso del 30% dei suoi cittadini (56 per cento dei voti sul 54 per cento dei votanti).