Riello e Noto, il Veneto ha bisogno che collaboriate

L’imprenditore e il professore protagonisti di un dibattito interessante. Purché non restino arroccati nelle rispettive posizioni

Un dibattito interessante. Un po’ esagitato, ma interessante. Ricostruiamo i fatti. Il giovane imprenditore veronese Giordano Riello, nipote d’arte (il nonno ha fondato l’Aermec, ma lui, 27 anni, da tre gestisce una sua azienda, la Nplus, elettronica per il controllo dell’illuminazione) viene intervistato dal Corrierone nell’ambito di un’inchiesta sulla crescita zero dei laureati in Italia. Riello (gli mancano 4 esami per la laurea in economia, ma pensa, prima o dopo, di finire) afferma deciso che lui, per la sua azienda, cerca periti elettronici che non trova. La laurea non è più l’ascensore sociale privilegiato. D’altra parte, in una delle aziende di famiglia, la RPM, nella sede ungherese l’amministratore delegato è un diplomato, entrato in azienda come operaio.

L’intervista, racchiusa in un occhiello, ha un titolo tra virgolette che suona un po’ paradossale: “Faccio hi-tech con gli elettricisti”. Il prof. Noto, su un articolo di questo giornale, scrive un commento al vetriolo: «Il neo-presidente di Confindustria Giovani Veneto ha palesato di non gradire nelle sue aziende la presenza di laureati, anzi ritiene che questi non servano affatto». E continua: «Purtroppo è un altro messaggio della peggiore tradizione veneta e italiana, che grazie a Dio, non è fatta solo da imprenditori di questo tipo, ambiziosissimi, presuntuosi [che] hanno dimostrato veramente poco a parte l’essere a capo di piccole startup dall’incerto futuro e dalle pesanti sovvenzioni».

Apriti cielo! Il giovane Riello non la prende affatto bene e anzi pubblica sulla pagina pubblica su Facebook di Noto un post che lo rivela alquanto imbufalito: «Sa che le dico? Le dico che mentre lei scrive io assumo! Io do lavoro! Provo a metterci del mio, anzi del nostro! Lei presuntuosamente continui a dare le sue sterili lectio magistralis, mentre il mondo cresce, innova, produce! Ah dimenticavo, se vuole venire in fabbrica le insegno a usare il tornio ed il trapano a vite… non si sa mai che le possa venire utile!». Riello come le Guardie Rosse di Mao. Gli intellettuali tutti al tornio o nei campi a trebbiare, così imparano a stare al mondo. O forse non di Mao si tratta, Riello è troppo giovane, ma di un auspicio: spero che la licenzino, prima o poi, e che, per vivere, le tocchi un lavoro manuale, al tornio, per esempio. Da come scrive, il Riello al tornio deve essere un maestro. Ecco, se invita anche me, io ci vado volentieri, non per imparare, sono troppo vecchio, no, per vedere lui all’opera. Questo sì che varrebbe la pena.

Se questa discussione fosse rappresentativa dei rispettivi mondi d’appartenenza, ci sarebbe poco da stare allegri. Con gli imprenditori, anche delle nuove generazioni, che non smettono l’abito antico dei loro padri e dei loro nonni: si sentono prima di tutto dei benefattori, pretendono di essere ringraziati perché loro “danno lavoro”. Il loro, cioè, non è un mestiere come un altro, forse con maggiore responsabilità e anche più lauti ritorni, no, è una missione che merita la gratitudine di tutti. E con i docenti universitari che faticano a riconoscere il valore intrinseco del talento imprenditoriale, che può anche non essere accompagnato dalla cosiddetta “cultura”, né economica, né, tanto meno, umanistica.

Se il Veneto avesse dovuto aspettare gli Adriano Olivetti, sarebbe ancora una zona sottosviluppata. Certo, il mondo è cambiato, ma il Veneto ha ancora bisogno di imprenditori veri, non di intellettuali che si improvvisano tali perché “conoscono”. Bisogna semmai creare le condizioni affinché i nuovi, anche quelli senza nome e patrimonio, possano esprimersi. E tutte le iniziative in tal senso sono benedette. Bisogna ricreare, nelle mutate condizioni, quel tessuto sociale ed economico che consentì al nonno di Riello, e a tanti altri come lui, di esprimere la loro genialità. A prescindere dal titolo di studio. Allora come adesso.

Se un imprenditore ritiene di aver bisogno di periti e non di laureati, e la sua azienda va bene, fa utili e regge la concorrenza sui mercati esteri, il problema non è suo, è dell’Università. Se, invece, con i suoi periti vivacchia, spreca risorse personali e pubbliche, semplicemente è stato un cattivo imprenditore e il mercato lo punirà. Quello che non è stato assolutamente piacevole da vedere è il reciproco arroccarsi sulle proprie posizioni e sulle proprie ragioni di due esponenti, Riello e Noto, che sono espressione di due mondi dalla cui collaborazione potrebbe venire solo che bene per tutta la società.