«No alla fusione BpVi-Vb. Zaia, che c’entri tu con Serra e Renzi?»

I sindacati temono tagli al personale. E mettono in guardia i clienti (soprattutto le imprese) sulla mina vagante degli «affidamenti promiscui»

«Quando in un primo momento dalle parti di BpVi e Bankitalia si preconizzò una fusione tra Vicenza e Veneto Banca noi ipotizzammo almeno 1500 esuberi. Oggi alla luce degli ultimi dati di bilancio e alla luce delle novità emerse durante le ultime settimane la situazione si è aggravata. Difficile fare stime precise però si potrebbe arrivare tranquillamente a 3 mila». E’ questa la stima dei lavoratori che perderebbero il posto in caso di aggregazione fra le due ex popolari venete fatta da Massimiliano Paglini, segretario provinciale per Treviso di First, il raggruppamento bancario della Cisl.

Il sindacalista parte da una considerazione di carattere generale che infilza direttamente il governo, anzi il capo del governo: «vorrei far notare che a giudicare positivamente l’idea della banca unica è Matteo Serra, esponente di spicco della finanza anglosassone e amico del premier Matteo Renzi. Ma nella stessa direzione sta spingendo pure Luca Zaia, governatore leghista del Veneto. Ora qualcuno mi spieghi che cosa c’entra il Carroccio, che sulla finanza internazionale ha una opinione assai negativa, con le mire di uno come Serra che seguendo la sua logica, ragiona in termini di mera speculazione finanziaria. Siccome su questo frangente Zaia e Serra, che è stato alla Leopolda di Renzi, vanno a braccetto, mi debbono spiegare dove sia il buono di questa operazione. Io sono pronto a sfidarli in un dibattito pubblico. Zaia sa di quello di cui parla? Conosce la base clienti dei due istituti? Le loro promiscuità in termini di credito e clienti? I problemi di affidamento crediti che ne deriverebbero? Io concordo con quello che dice il presidente di Vb, Beniamino Anselmi, che riferisce che al momento non ci sta una fusione. Ne riparleremo tra un cinque, dieci anni quando le due banche saranno in una condizione diversa».

Sulle difficoltà tecnico-operative di un’eventuale fusione la Cisl non è la sola ad esprimere un parere così netto. La Fabi, con il delegato per BpVi Giuliano Xausa, parla con dovizia di dettagli: «il nostro sindacato è contrario alla fusione. In questo momento Vicenza e Montebelluna sono due banche zoppe. E due malati non fanno una persona sana. Noi non facciamo stime al momento, ma ci sarebbero davvero tanti esuberi; ci sarebbero filiali da chiudere». Poi approfondisce il tema dei cosiddetti affidamenti promiscui: «le due banche ne concedono spesso di simili agli stessi soggetti, questo potrebbe diventare un problema per il cliente». Xausa usa un linguaggio tecnico, ma il suo ragionamento alla grossa è questo e vale soprattutto per le imprese: “se tu impresa hai in corso una linea di credito di 100 mila euro da Veneto Banca e una di altri 100 mila da BpVi per un totale di 200 mila, se i due istituti si fondono col cavolo che potrai continuare a contare su un affidamento da 200 mila, perché questo, in ragione delle sinergie dovute alla fusione, sarà ridotto se non a cento quanto meno a 120 mila”.

Si tratta di un aspetto cruciale per il tessuto economico veneto, le cui società rispetto alla concorrenza straniera sono solitamente sottocapitalizzate, cioè hanno una dotazione di capitale di minor spessore, il che le espone al bello e al cattivo tempo delle banche. Xausa prosegue spiegando che in queste settimane i dipendenti stanno vivendo molto male la loro condizione perché non c’è alcuna certezza sul futuro di BpVi, mentre si fatica a intuire quali possano essere i progetti della della proprietà. «Non si capisce come voglia questa raddrizzare la traiettoria della barca, visto che non lo si può fare solo tagliando i costi. Il vero snodo sta nel fatto che vanno riportati i clienti in banca. Siamo in attesa di segnali precisi». Incognite che in parte potrebbero diradarsi quando «per metà ottobre» sarà presentato un piano industriale che però, rimarca Xausa, potrebbe contenere «cifre e circostanze ancor meno confortanti di quelle già poco esaltanti uscite nell’ultima semestrale». In realtà per quanto riguarda gli eventuali tagli, sia la Fabi sia la First identificano nelle due direzioni generali, che assieme contano circa 1500 addetti e che verrebbero a essere una sorta di doppione, uno degli ambiti che più potrebbero patire la scure di una eventuale ristrutturazione. Xausa per di più aggiunge un altro rilievo: «una ulteriore incognita è quella del futuro della controllata siciliana Banca Nuova, dove lavorano 700 persone».

Sul tappeto rimane vivo da settimane un altro argomento, molto dibattutto sui social media, che riguarda la presunta ritrosia con la quale i dipendenti di BpVi, nella loro veste di soci, si sarebbero opposti in sede di assemblea ad una azione di responsabilità nei confronti del vecchio management. «Noi – controbatte Xausa – respingiamo al mittente questa accusa. Io sono stato il primo in assemblea, con un intervento fischiato da tanti altri soci a sostenere la necessità di proseguire sulla azione di responsabilità verso i vecchi vertici, come sostengo da sempre la necessità che anche sul piano penale l’inchiesta debba accelerare. La prescrizione sarebbe una sconfitta per la giustizia. Altro discorso è dire che durante l’assemblea che votò contro l’azione di responsabilità i soci dipendenti non fossero molti. Questo è vero, ma il peso che potevano avere in sede di scrutinio era limitato. Altri big si opposero. La stampa, nazionale e non, ha fatto i nomi. Vogliamo scherzare? Va poi aggiunta un’altra cosa. I dipendenti non hanno intenzione di pagare gli errori degli altri, quelli del top management della passata gestione. Per questo se si dovesse procedere a tagli indiscriminati noi sciopereremo. Andremo in piazza, abbiamo la forza per farlo».

Agostino Megale, segretario nazionale di Fisac, la sigla dei bancari di Cgil, attacca anche lui l’idea di fusione: «a proposito di una eventuale fusione tra Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, pur vedendo entrambe il ruolo dominante del Fondo Atlante, ribadisco per l’ennesima volta che non c’è nessun polo veneto da realizzare. Nessuno può permettersi l’errore, come ha fatto il premier a Cernobbio, di lanciare formalmente la riduzione del numero dei banchieri, salvo, poi tradurlo in un dimezzamento dell’occupazione del nostro settore opportunamente smentita dallo stesso Palazzo Chigi, dopo la secca e netta risposta unitaria del sindacato nella quale eravamo pronti allo sciopero».