Zaia? Come il Crozza-Veltroni del “ma-anche”

Tutto e il suo contrario: questo potrebbe essere il motto del presidente leghista della Regione Veneto

L’intervistona sul Corriere del Veneto di oggi a Luca Zaia é puro distillato di zaismo (o zaianesimo?). C’è il governatore leghista del Veneto allo stato puro: maestro esalatore di fumo, pragmatico teorico di fatti e sostanza (che non si vedono), conciliatore professionale degli opposti, cerchiobottista sommo e impagabile. Tanto da aver ideato, novello ideologo, una nuova formula da consegnare alla storia del pensiero politico: il “populismo responsabile”. «Per me il “populista responsabile” è il politico che, tenendo fede al contratto sociale di Rousseau, parte dai problemi quotidiani della gente, quelli che alcuni chiamano con spregio “la pancia” (e qui sta il populismo ), per poi cercare di risolverli con soluzioni concrete e pragmatiche (e qui sta la responsabilità)». Povero Rousseau, di cui di solito si ricorda appunto solo il titolo di copertina del suo libro più famoso. E povero populismo, che in sé era una corrente rurale e anti-industrialista del socialismo russo, e che per colpa dei politologi é diventato sinonimo di demagogia. E poveri noi, che dobbiamo cuccarci queste definizioni di comodo, inventate all’uopo, solo per mettere assieme capra e cavoli: il richiamo al popolo (giusta preoccupazione, in un’epoca dominata da élites intoccabili) e l’appello alla responsabilità (implicitamente sostenendo che il populismo, da solo, non sarebbe responsabile; e detto da un esponente di spicco di un partito che come giornale online si riconosce in una testata dal nome “Il Populista”, non é male).

L’intervistatore, Marco Bonet, gli chiede della ricorrente voce di una sua futura candidatura a premier nel centrodestra. «Ma figuriamoci, non ci penso neanche, no». Ma figuriamoci di questo figuriamoci. Se fra due anni glielo chiedessero (perché in politica funziona così, ufficialmente: non sei tu che sbavi e manovri, te lo chiedono sempre gli altri…), essendo lui già in seconda metà di mandato e se le condizioni fossero tali da costituire un’opportunità per lui e per la Lega, Zaia farebbe ancora lo sdegnoso? Ma figuriamoci, appunto. Anche perché la Lega, data al 13%, ha bisogno di crescere e di posizionarsi stabilmente come punto di riferimento in una futura obbligata coalizione con ciò che resterà di Forza Italia. Non potrà essere in toto salviniana, cioé radicale, lepenista, diciamo pure estrema, per sempre. Prova ne é che Zaia, assieme all’omologo lombardo Maroni e a quello, forzista, della Liguria (Toti), sta giocando contemporaneamente la carta delle proposte (i 9 punti sull’immigrazione, quasi tutti ragionevoli, per altro), proprio per affiancare alla Lega di lotta (Salvini) quella di governo (lui). E difatti non si fermerà all’immigrazione: «Noi leghisti siamo chiamati adesso ad un compito difficile e delicato: mettere a punto un programma di governo credibile, convincente, concreto. È quello che stiamo provando a fare con Maroni e Toti, capitolo dopo capitolo».

In questo gioco dei due forni c’è tutto Zaia. Lo Zaia che farà votare un referendum sull’autonomia, che sa benissimo che all’indipendenza (secessione) del Veneto non si farà mai perché anti-costituzionale e illegale (a meno di non scegliere l’opzione rivoluzionaria: roba da ridere), ma che, dovendo smaltire gli entusiasmi di Pontida, fa il romanticone sulla Padania: «…la Padania resta scolpita nell’articolo 1 dello statuto della Lega. Quello è il sogno e se oggi chiedessi in giro: “Vuoi l’indipendenza”, chi mai mi risponderebbe di no?». E però intanto bisogna tenere l’elettorato nella speranza (leggi: illusione) che l’autogoverno, il principio (in sè sacrosanto) della sussidiarietà, sia una meta raggiungibile: «Nell’attesa che si avveri il sogno, però, non possiamo stare con le mani in mano, dobbiamo provare ad avanzare step by step. Il mio modello è quello scozzese, non quello catalano che pure spero abbia successo». Olè: va bene tutto, basta che la direzione sia quella.

Quanto al tentativo di Salvini, mestamente fallito, di espandersi al Centro-Sud (con marchi extra-leghisti come “Noi con Salvini”), per Zaia il Carroccio resterà sempre e solo del Nord. Ma, voilà il ma-anchismo che ricorda il Veltroni di Crozza, anche del Sud: «La Lega è il sindacato del Nord, inutile nascondercelo: è così e sarà sempre così. (…) Ciò detto, vogliamo continuare a pagare il conto di quella parte dell’Italia che non riesce a riscattarsi oppure vogliamo aiutarla a rialzarsi, dando voce a istanze che ci sono ma non ce la fanno ad emergere? Se i forconi sono nati in Sicilia un motivo ci sarà». Ci immaginiamo il medio elettore leghista veneto, che ha sempre e ancora in mente gli assistenzialismi pubblici nelle Regioni meridionali (i famosi forestali in Calabria, gli sprechi in Sicilia), ce lo immaginiamo proprio animato dalla voglia matta di aiutare il Mezzogiorno a risollevarsi. Mmh: aiutare il Mezzogiorno a risollevarsi. Non l’abbiamo già sentita, questa?

Il concreto e responsabile Zaia ama, in un’armonia dei contrari davvero eraclitea, anche chi ciò che concreto e responsabile non appare ai suoi elettori, i veneti moderati, che esportano, che, giusto o sbagliato che sia, non vedono per niente di buon occhio la guerra all’euro, la Brexit ed è spaventata da personaggi come Trump (troppo demonizzato, ma non esattamente un campione di affidabilità): «Va riconosciuto a Salvini di aver intercettato prima di tutti in Italia un sentiment che poi sarebbe dilagato in Europa, d’aver capito che l’euroscetticismo si sarebbe diffuso e non per colpa dei leader che lo interpretano, dalla Le Pen a Orban, ma perché la gente non ne può più e pretende delle risposte. A suon di batoste elettorali lo sta capendo anche Merkel. Vedrete cosa accadrà in Austria. E poi c’è Trump». Nota a margine ma neanche tanto: “sentiment” non si può sentire. Parli il dialetto o lingua veneta, piuttosto, el governatòr. Italiano o veneto, italiano ma anche veneto. Ma l’ital-inglese da apericena aziendale no, quello no.