Bulgarini l’ambizioso: «la “mia” Vicenza dei prossimi 20 anni»

Il vicesindaco contrattacca su Baricco e Basilica, attacca il Cisa, è sprezzante sul “rivale” Dalla Rosa, liquida chi ha denunciato la questione Unesco, si difende sul tardivo j’accuse a Zonin

Un dandy a Palazzo. Il vicesindaco di Vicenza, Jacopo Bulgarini d’Elci, prima che spin doctor (ruolo grazie a cui diventò portavoce e capo di gabinetto del sindaco Achille Variati nel 2008), prima che politico (dal 2013 occupa appunto la seconda carica del Comune, nonché l’assessorato alla Crescita, alias cultura turismo rapporti col mondo economico), prima di tutto è un esteta, sia pur non spavaldo, per quella timidezza iperrazionale che ai sospettosi sembra indice di doppiezza caratteriale. Nell’intervista qui sotto leggerete un Bulgarini alla massima potenza: una combinazione di calcolata perfidia e quasi infantile ingenuità. Siccome si sta parlando di uno dei possibili candidati a sindaco nel 2018, capire il personaggio, oltre alle sue opinioni, é fondamentale.

Pio Serafin, responsabile cultura del Partito Democratico della città (che per incidens é il partito di maggioranza), le ha sferrato un attacco frontale sostenendo che lei si preoccupa soltanto del triangolo Basilica-Teatro Olimpico-Chiericati, che la sua politica culturale è ben lungi da essere “di sinistra”, perché dimentica i quartieri e le periferie. Non è che la “Crescita” che dà il nome al suo assessorato si riferisce in realtà più a chi sta fuori città, ai non vicentini, ai turisti, trascurando il resto?
Sono in disaccordo con questa lettura, secondo cui avrei privilegiato l’esterno. Lo dicono i numeri: al di là delle mostre di Goldin, ed esclusi i visitatori della Basilica, nei musei la crescita degli incassi dal 2013 al 2015 è stata del 51%, quella degli ingressi del 29%, e l’autofinanziamento è cresciuto del 62%, contro una media italiana dell’8-9%. Le mostre di Goldin sonos tate importanti perché hanno fatto conoscere la città e alla città ha dato la convinzione, che ha un suo valore psicologico, che la cultura possa dare un ritorno. In Serafin mi pare ci sia un’eco di Tremonti, quando diceva che con la cultura non si mangia. Io ho risorse limitate e in contrazione, cosa dovrei fare, la contribuzione a pioggia? Ma poi che significa cultura nei quartieri? Vicenza non è Milano o Tokio.

Serafin fa l’esempio, molto concreto, delle librerie di quartiere, chiuse o ridotte al lumicino.
Proprio adesso questa polemica, ad una settimana dalla riapertura del centro librario dei Ferrovieri, che era pieno di roba vecchissima, che seguiva una logica vetusta, che induceva all’impigrimento. Ora c’è uno spazio polifunzionale, fra l’altro grazie ad un bel lavoro dell’assessore Cordova con le associazioni di quartiere. Il libro te lo prenoti a casa o, se non hai il computer, lì. Sarà un modello che verrà desiderato e replicato. Perciò sarei sconvolto se la posizione di Serafin fosse fatta propria dal Pd, che invece ha avallato il piano di rilancio del Chiericati.

Però su, sembra che la “Crescita” sia anche, legittimamente, quella sua, della sua visibilità, delle conoscenze famose con cui entra in contatto, e del lavoro di immagine che avrà ricadute sul suo futuro politico. Un’operazione come il tragitto conoscitivo dell’Olimpico fatto dalla star letteraria Baricco, pare proprio rientrare in questo gioco.
Non sempre il grande nome sempre, ma qui sì, in un luogo finora depensato. Facciamo una scommessa? Nel 2017 ci sarà una grande crescita di visitatori vicentini. Vedrete.

Vedremo. Intanto abbiamo visto volare gli stracci fra il Comune, e in particolare lei, e il Cisa Palladio, sul possesso e l’utilizzo dei disegni palladiani. Non ha farsi qualche autocritica?
La dimenticanza del rinnovo della convenzione è stata del Cisa. A un certo punto hanno deciso di portare la cosa sui giornali, fra l’altro con commenti offensivi. Io ho risposto. Non abbiamo rapporti problematici con nessuna istituzione culturale, tranne che con il Cisa. All’incontro che abbiamo avuto per dirimere la questione, sorprendentemente non c’era il direttore del Cisa, e il direttore del comitato scientifico, Burns, ha mostrato un grande disprezzo per ciò che siamo e ciò che facciamo. Più che sul Cisa, dobbiamo intenderci su cos’è il Palladio Museum, ponendoci il tema patrimoniale: quei disegni sono della città. Mi ha lasciato amareggiato leggere sulla sua testata il presidente Dainese dire che il Chiericati (dove sono stati riposti i disegni, ndr) é un “contenitore”. Ma come, é il museo più importante della città! In quell’incontro io dissi pure che ero disponibile a parlare di cessione proprietaria, anziché continuare così, all’italiana. E comunque i disegni, ho detto, ve li prestiamo, e pure gratis.

Parlando d’immagine di Vicenza, Palladio comunque pare essere battuto da un altro nome, e cioè quello di Gianni Zonin e del crac della Popolare di Vicenza. Non è così?
E’ vero, ed è un danno gravissimo. Ma come per il caso Dal Molin o della concia, questo succede perchè Vicenza non ha un proprio brand, della serie: “io sono di Vicenza, città di…”. Città di cosa?

Non lo so. Di cosa?
Città gioiello del Rinascimento, per esempio, che è quello a cui stiamo lavorando.

A proposito di BpVi: ma che senso ha che nella Fondazione Roi, nel cui cda il Comune ha un rappresentante nella figura del direttore dei Musei Civici, siamo rimasti tutti i consiglieri d’amministrazione con Zonin presidente, ora che Zonin non è più presidente dell’ente benefico? E che senso ha sostituire solo lui, quando finalmente procederà a farlo il numero 1 di BpVi, Gianni Mion?
Cambieranno i tre consiglieri espressione della BpVi, quindi anche il vicepresidente Breganze e Annalisa Lombardo. Sarà verso fine settembre. Variati l’ha detto a Mion: nomina chi ti pare.  Spero in un cambiamento anche dello statuto, per tagliare il legame con la banca. Fra qualche anno, la banca a chi risponderà? E basta con operazioni immobiliari che non c’entrano niente con gli obiettivi statutari, basta con finanziamenti come il reparto di nefrologia. Cos’era, “cultura medica”, quella?

Ora attacca, ma in passato se ne guardava bene. Eppure è stato lei, in consiglio comunale, a ricordare che ci furono gli ostracizzati da un sistema di potere incardinato su un dominus. Gli ostracizzati potrebbero dire che mentre loro hanno patito l’ostracismo, lei, che ha detto di sapere come tutti del sistema del dominus, non ha invece mosso un dito. E ora ha dato il classico calcio dell’asino.
Si parlava della Roi, e ho detto la verità. E’ stata in un certo senso anche un’auto-accusa, ma io ho cominciato a capire come andavano le cose in Roi quando nel cda è entrato Villa (direttore scientifico dei Musei Civici, ndr).

E cioè proprio grazie ad una convenzione con la Roi presieduta da Zonin, che fra l’altro prevedeva il pagamento del compenso del prof. Villa.
Sì, e avete più volte messo la foto di me con Zonin. Ma cosa dovevo fare, rifiutare? Io non ho mai frequentato un certo mondo, e mi sono limitato a parlare del modo, assolutamente improprio, con cui la Fondazione Roi è stata “banchizzata”.

Veniamo a fatti più recenti. Della brusca uscita di scena dell’ex direttore del Giornale di Vicenza, Ario Gervasutti, che mi dice? Come giudica la sua direzione?
Mi sembra inappropriato da parte mia giudicare.

Suvvia, si sforzi.
Diciamo che posso aver avuto delle riserve sugli accenti enfatici riguardo alcuni temi, come i migranti, in cui non mi è affatto piaciuto.

Lei però non è stato maltrattato, anzi. Direi che è stato coccolato.
Non sono d’accordo. Sono stato trattato in modo commisurato alle cose che ho fatto, con la cultura messa nelle pagine di cronaca. Non mi pare di aver fatto disastri no?

Un bel disastro per Vicenza, per esempio, sarebbe perdere il marchio Unesco.  
Ma non è imputabile a me il Dal Molin, o Borgo Berga, o la Tav. Piuttosto, sospetto che chi ha fatto partire la denuncia abbia fatto di togliere il marchio una ragione di vita.

Sta dando dei menagrami disfattisti a professori, ambientalisti e comitati?
Assolutamente, per alcuni. Il Dal Molin e Borgo Berga ce li abbiamo già, cosa ci guadagneremmo a perdere pure l’Unesco?

Un filino anti-democratico, il signor vicesindaco.
Ma no, è che il prezzo da pagare per queste denunce sarebbe esorbitante.

L’ultimo grande evento in città è stata l’unione civile dell’ex presidente di Confindustria Vicenza, Pippo Zigliotto, col suo uomo. Ma per rendere la cosa effettivamente normale, non sarebbe stata meglio celebrarla non come prima assoluta?
Se fosse stato per terzo, non sarebbe cambiato molto. Credo che abbia voluto fare un po’ un blitz per difendere l’intimità dell’avvenimento, se avesse aspettato la notizia sarebbe circolata creando l’effetto attesa. Invece di nasconderlo, ha voluto rivendicarlo, dando una valenza simbolica.

Ma lei qualche anno fa non doveva sposarsi? Matrimonio o unione civile?
Nel frattempo ho cambiato compagna. Comunque non è in questione, diciamo che non mi sposerei con matrimonio religioso: non sono credente.

Questo lo si era capito. Senta ma, a leggere le dichiarazioni entusiaste del sindaco Variati sulle unioni civili, dobbiamo pensare che Vicenza faccia a gara con Verona e Treviso per diventare la “capitale gay” del Veneto?
(ride) La sua domanda é provocatoria e mi fa sorridere.

E la risposta?
Ma non le rispondo ad una domanda così…

Nel 2018 Bulgarini candidato sindaco. Nel 2016 la candidatura di Otello Dalla Rosa le ha rotto le uova nel paniere: un passato comune nell’associazione Nessuno Escluso, stesso suo bacino di voti, ma con in più l’apporto di un pezzo del Pd.
Stimo sinceramente Dalla Rosa ma la sua è un’operazione diversa dalla mia. La sua è un po’ tecnocratica, con una spruzzatina elettorale con Sala e Tosetto. Io sto immaginando se ha senso o no candidarmi, ma in ogni caso l’associazione che fonderò a breve avrà una piattaforma per Vicenza di qui a 20-30 anni in termini neo-comunitari.

Non le bastano 10 anni di doppio mandato a sindaco, come Variati? Battute a parte, nel 2018 se non si candida, dovrà pur far qualcosa. Le quote della società di comunicazione Regina Rossa le ha vendute, vicesindaco lo è diventato senza passare dalle elezioni…
Potrei anche fare altro, dentro o fuori o collateralmente all’amministrazione. Chi vivrà vedrà.