Veneto senza verde, 200 intellettuali contro piano urbanistico

«Una volta avevo orrore dei campi di sterminio, oggi provo lo stesso orrore per lo sterminio dei campi», sentenziò Andrea Zanzotto, tra i più grandi poeti del Novecento. Era il 2006 e, durante le celebrazioni che Pieve di Soligo (Treviso) riservava al cittadino più illustre per il suo 85esimo compleanno, il Premio Viareggio e Feltrinelli denunciò l’eccessiva cementificazione del suolo veneto e la scomparsa delle aree verdi dai centri urbani. A distanza di dieci anni, una legge regionale oggi in discussione a Palazzo Ferro Fini (sede del consiglio regionale a Venezia) rischia di trasformare il timore del poeta in triste realtà. Un diktat regionale al quale i comuni non potranno opporsi. Per questo più di 200 tra intellettuali, ambientalisti, urbanisti, politici, architetti e ingegneri provenienti da diverse parti d’Italia hanno firmato un appello per far sì che il regolamento in discussione non diventi legge. Dall’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena allo storico dell’arte e direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis, dall’ex presidente dei Verdi Grazia Francescato a Don Albino Bizzotto, fondatore dell’associazione “Beati i costruttori di pace”. «La paura – dicono – è che un modello urbanistico simile possa essere adottato da altre Regioni».

La battaglia ruota attorno a quegli spazi verdi che rischiano di diventare abitazioni o centri commerciali, nelle campagne, ma soprattutto nelle aree urbane. I piani in vigore prevedono la possibilità di cementificare oltre 75 mila ettari, un consumo di suolo che si aggira intorno al 40% in più rispetto alle aree in cui si è già costruito. In Veneto, negli anni Novanta, sono stati cementificati oltre un milione di metri quadri di superficie agricola l’anno, a fronte di una diminuzione degli abitanti. Nel ventennio 1990-2010 sono scomparsi oltre 279 mila ettari di terreno destinati alla semina, il 21,5% della Regione. Una superficie corrispondente, grosso modo, a quella dell’intera provincia di Vicenza.

A Padova, denuncia Luisa Calimani, presidente dell’associazione di promozione sociale e culturale senza scopo di lucro ‘Villa Draghi’, che ha lanciato l’appello raccolto dalla senatrice Puppato e da oltre 200 intellettuali, il piano urbanistico prevede la costruzione di altri 4 milioni di metri cubi di edifici. Oltre alle aree interstiziali e di completamento edificabili e non conteggiate, prevede anche l’urbanizzazione di 5 milioni di metri quadri di superficie libera. Questi, aggiunge Calimani, nel caso la proposta di legge venga varata, non solo non verrebbero salvaguardati, ma neppure conteggiati come consumo di suolo qualora il piano urbanistico attuativo fosse convenzionato (e al momento dell’approvazione della legge ci si attiverà per convenzionare i piani già redatti). «A Padova ci sono circa 10 mila vani vuoti – spiega Calimani – perché costruire ancora? L’incentivo alla cementificazione del territorio attraverso facilitazioni, che vanno dall’aumento di volume all’esonero dai costi di costruzione, dà l’illusione che così si potrebbe uscire dalla crisi. Ma non è così. La crisi dell’edilizia è generata dalla mancanza di domanda e dalla pesante esposizione delle banche e delle imprese, non più in grado di avere un rientro dei capitali investiti”.

La Commissione consiliaria della Regione Veneto sta vagliando le “Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbana e il miglioramento della qualità insediativa”, progetto di legge (n. 14 dell’8 marzo 2016), presentato su iniziativa dei consiglieri della maggioranza di centro-destra Zaia, Fineo, Rizzotto, Calzavara, Michieletto e Montagnoli e sottoscritta dai colleghi Possamai e Brescacin. «Ma non lasciatevi fuorviare dal titolo – ammonisce la senatrice democratica Laura Puppato, in prima linea in questa battaglia ambientalista -, nonostante la dicitura contenimento del consumo di suolo, la legge va in direzione diametralmente opposta. L’articolo 2 parla di riconversione, qualificazione, rigenerazione del territorio, ma si tratta di un inganno che si svela negli articoli successivi».

«Il Regolamento Urbanistico varato in Toscana nel 2015 – spiega Puppato – è il modello che gli addetti ai lavori ritengono più virtuoso e rispettoso dell’ambiente e della natura». Secondo i firmatari dell’appello la situazione nella locomotiva del Nordest è ben diversa. «Il Veneto ha negli ultimi anni la maglia nera per la troppa cementificazione – continua la senatrice dem – e la famosa legge sul piano casa, ad esempio, è la più espansiva d’Italia». Dalla campagna le betoniere si spostano verso le città. «I cambi di destinazione d’uso, l’esonero dai costi di costruzione e i finanziamenti regionali che la legge prevede – prosegue – saranno le scappatoie per costruire nelle aree verdi dei centri abitati». Chi si oppone al testo che la giunta Zaia si appresta a votare, mette in guardia dalla speculazione edilizia: «la ragionevolezza delle critiche e delle proposte avanzate si scontra con mentalità e interessi immobiliari, nonostante la montagna di invenduto e gli immobili vuoti esistenti, per questo – conclude la senatrice – l’intervento del pd in Commissione è risultato inascoltato e la legge conserva oggi i difetti iniziali».

Consumo di suolo, cambi di destinazione d’uso dei terreni, normative per la cementificazione. A livello nazionale la legge che regola l’urbanizzazione è stata emanata in piena Seconda guerra mondiale, il 17 agosto 1942. Nel corso dei decenni a questo impianto sono state apportate modifiche e integrazioni, ma l’aspetto più rilevante è che le regioni sono state autorizzate a crearsi ognuna un Piano regolatore generale ad hoc, senza vincoli e paletti che avrebbero potuto garantire una certa omogeneità. Ancor più curioso il fatto che ogni regolamento ha un nome e dei contenuti diversi, a tal punto che gli architetti che lavorano in Piemonte, nel Veneto o nel Lazio sono costretti ogni volta a studiare nuove leggi, decifrare nuovi acronimi e consultare legende differenti.

Dall’ultimo Rapporto sul consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, emerge come il Veneto al 2015, dopo la Lombardia (12,8%), sia la regione con la percentuale più alta di suolo consumato rispetto al proprio territorio (12,2%). Nel triennio 2012-15 l’incremento di suolo su cui si è costruito è stato dello 0,6 per cento. In questa classifica la regione guidata dalla Lega Nord risulta tra le più virtuose, preceduta soltanto da Piemonte (0,3%), Liguria (0,3%), Emilia-Romagna (0,5%) e Toscana (0,3%). Peccato però che, come si legge nel rapporto Ispra, «il disegno di legge recentemente approvato alla Camera riporta differenti definizioni che imporrebbero un diverso sistema di classificazione e un nuovo sistema di monitoraggio che integri altre informazioni, ad oggi non sempre disponibili. È quindi impossibile, ad oggi – si afferma – , fornire stime coerenti con tali definizioni ma, per avere un’idea dell’ordine di grandezza, è stata effettuata una stima assolutamente preliminare su un ridotto campione di punti della rete di monitoraggio». In sostanza, nel conteggio non si tiene conto del consumo del suolo urbano, rendendo impossibile capire quanto terreno l’uomo mangi realmente alla natura.

Alberto Custodero e Claudio Cucciatti
“A rischio il verde nelle città: 200 intellettuali contro il piano urbanistico regionale veneto”
La Repubblica
22 settembre 2016