Zuccato, al Campiello serve un cambio di sistema

Il fatto che i giurati non leggano tutti i libri in corsa non fa scandalo perché, dopo l’era dinamica di Cibotto, il premio è diventato solo uno spot

Anche quest’anno il premio letterario Campiello ha avuto la sua polemichetta postuma. Peraltro marginale, subito sopita, forse per l’inevitabile stucchevolezza che ormai accompagna la routine. Come nella meravigliosa favola di Hans Christian Andersen, “I vestiti nuovi dell’imperatore”, qualcuno ha esclamato «Il re è nudo!», ma il sistema ha fatto spallucce: qualche bacchettata d’ufficio e poi silenzio. L’esternazione è stata di Stefano Zecchi: ne ha parlato il settimanale Panorama, il Corriere del Veneto ha ripreso l’intervento del docente di Estetica all’università di Milano, ed erano già passati nove giorni dalla serata alla Fenice che ha incoronato Simona Vinci, vincitrice “popolare” alla sua terza cinquina, dopo due presenze meno fortunate.

Qual è la cosa evidente detta da Zecchi, che tutti fingono di ignorare? Che i giurati del Campiello (fra i quali egli stesso) non leggono tutti i libri in corsa per il premio. Quest’anno ce n’erano 250, da assorbire nel giro di quattro mesi, media obbligatoria due al giorno. Non proprio agevole se anche i giurati avessero la lettura come unica occupazione. Ma poiché sono tutti più o meno impegnati con il loro lavoro, spesso molto impegnati, ragionevolmente impossibile. E infatti lo sanno tutti gli addetti ai lavori, che nessun giurato legge tutti i libri dai quali viene sommerso. Avviene anche in situazioni meno al limite, figuriamoci in un premio grande come il Campiello, che ha pochissimi meccanismi di selezione per la partecipazione. Come pure sanno, gli addetti ai lavori, che durante la scrematura iniziale (prima di arrivare a un lotto di concorrenti di qualche decina) i libri più che altro si “annusano”, si assaggiano; ed è innegabile che gli editori importanti e i nomi di qualsiasi notorietà siano comunque in una posizione privilegiata. Non fosse che per la loro visibilità, preclusa ad editori piccoli o piccolissimi o ad autori sconosciuti.

Il giorno stesso in cui si assegnava il Campiello, lo scrittore padovano Romolo Bugaro ha pubblicato sul sito Veneziepost.it un’analisi in cui, con l’aria di difendere il Campiello, in realtà lo mette per molti aspetti sotto accusa. E non perché sia dimostrabile che premia i peggiori, come talvolta è stato fatto. Sostiene Bugaro che comunque un premio così antico e affermato rappresenta uno spot per la letteratura. A noi pare piuttosto che rappresenti, non diversamente da tutti i premi letterari maggiori, uno spot per l’editoria di riferimento, quella che si spartisce il grosso delle firme e delle vendite in Italia. E che se manca qualcosa, nella fattispecie al Campiello, questa sia la capacità della giuria di affermare un’immagine di sé non semplicemente autorevole, ma empatica con il mondo letterario italiano nella sua essenza e nelle sue mille articolazioni, a prescindere dalle scuderie e delle consorterie. Un gruppo di intellettuali e di addetti ai lavori che non abbia semplicemente il problema di quanti dei 250 libri scaricati davanti alla loro porta riescono a leggere, ma dimostrino con le loro scelte di essere alla ricerca degli scrittori, non immobili nella loro forse vana attesa.

Una volta questa sensazione di dinamismo il Campiello la suscitava molto più chiaramente, e Bugaro spiega bene almeno uno dei motivi per cui ciò accadeva. Perché per decenni la giuria ha avuto come segretario Gian Antonio Cibotto: giornalista, scrittore, scopritore di talenti, organizzatore culturale, intellettuale veneto di una specie ormai estinta. Capace per doti naturali e per formazione di esprimere appunto una formidabile empatia verso il mondo di chi insegue, cerca, pratica e costruisce la letteratura. Passati i personaggi come Cibotto, questa capacità di creare “movimento culturale” si è affievolita e oggi è tutta da ricostruire, mentre il Campiello si limita a una fredda funzione notarile. Di cui anche le (tentate) polemiche sui libri non letti dai giurati sono una conseguenza.

Che poi, se vogliamo restare al tema, il presidente della Fondazione Campiello di Confindustria Veneto, Roberto Zuccato, invece di prendere cappello con apodittica alterigia («Noi al top per trasparenza, autonomia, autorevolezza; chi in giuria si lamenta della quantità di libri da leggere può accomodarsi all’uscita») potrebbe trarne ispirazione per qualche utile riflessione sulla necessità di cambiare sistema, sia nell’ammettere i libri, sia nell’impostare il lavoro preliminare della giuria. Senza illusioni che esista la formula magica, ma anche senza chiusure. E magari avendo come testo di riferimento un piccolo sulfureo libro di Thomas Bernhard, “I miei premi”: ironica e feroce dissacrazione dei premi letterari, di chi li assegna e pure di chi li vince. Un aiuto straordinario per smitizzare e quindi per capire meglio la direzione da prendere, prima che il declino del Veneto fagociti anche il Campiello.