«Caro Riello, qui formiamo professionisti per la comunità»

Il dipartimento di ingegneria gestionale di Padova ha un boom di iscrizioni. Il direttore Longo: «il dramma italiano? Prodotti poco complessi e bassa scolarità»

Alla vigilia del nuovo anno accademico, si continua a discutere sul reale peso della laurea nel mondo del lavoro. Un esempio recente è stato l’approfondimento del Corriere della Sera con l’intervista al presidente dei Giovani di Confindustria Veneto, Giordano Riello. «La laurea da sola non basta»: così il giovane imprenditore, lamentando di non riuscire a trovare periti elettronici per l’azienda. Parole che hanno suscitato un acceso dibattito social dopo il commentatissimo commento del professor Sergio Noto su questo quotidiano online. «È l’eterna diatriba tra industriali e sistema scolastico», chiosa Giovanni Antonio Longo, direttore del “Dipartimento di Tecnica e Gestione dei sistemi industriali” dell’Università di Padova.

La sede vicentina è nata proprio «dall’incontro tra l’Università di Padova e le forze produttive e politiche della provincia di Vicenza», per soddisfare le necessità del sistema economico. «Il corso di laurea è partito nel 1990 e ad oggi abbiamo laureato 3.000 ingegneri gestionali e più di 1.000 industriali». Figure professionali che uniscono competenze tecniche ed economiche e proprio per questo sempre più richieste. «Statisticamente – prosegue Longo – i nuovi ingegneri trovano lavoro in un paio di mesi e la metà viene assunta a tempo indeterminato». Non a caso, negli ultimi anni c’è stato un boom di iscrizioni: «nel 2010 gli iscritti erano in tutto 400, dei quali 300 in ingegneria gestionale. In cinque anni sono aumentati del 50%: quest’anno, saranno 640, tra cui 420 studenti di ingegneria gestionale».

In questi 25 anni il professore ha assistito al radicale cambiamento del settore: «All’inizio era difficile persino spiegare agli industriali cosa fosse un ingegnere gestionale. Erano legati alla figura dell’ingegnere industriale, che è fondamentalmente un progettista. Il sistema industriale vicentino e veneto fino agli anni ’90 si reggeva sulla figura dei periti, usciti dagli istituti tecnici, mentre la presenza di ingegneri era minoritaria». Tra perito e ingegnere però c’è una certa differenza: «l’ingegnere non si occupa direttamente della progettazione di un prodotto, ma ha competenze nella gestione del personale, dei processi produttivi, anche delle finanze se necessario».

Oggi le cose sono diverse, e quasi nessuna azienda può permettersi di fare a meno di questa figura professionale. «Certo, restano imprese che vanno avanti senza nemmeno un ingegnere», rischiando però di ritrovarsi ad avere «difficoltà enormi sul mercato globale, perché non sono strutturate». Talvolta il rifiuto è dovuto a una visione familistica dell’azienda: «I limiti del sistema industriale veneto sono abbastanza noti e i risultati si sono visti: la crisi ha falcidiato quasi un quarto dell’industria».

Più che l’università, forse è il sistema produttivo ad essere superato. «Visti i risultati economici degli ultimi anni, forse qualcosa da rivedere c’è». Paragonata ad altre economie simili alla nostra, «l’Italia è tra quelle col tasso di scolarità più basso ed è questo il vero dramma del nostro sistema. La Germania ha un’economia molto simile alla nostra e un numero di laureati molto più alto. Perché è necessario. Perché puntano su prodotti più complessi dei nostri. Il limite del sistema manifatturiero italiano è che è posizionato su prodotti  e servizi dal basso valore aggiunto».

Gli imprenditori tuttavia, lamentano proprio una scarsa specializzazione dei laureati. «L’università italiana è pubblica – spiega Longo -, pagata con le tasse di tutti. In un’università americana – privata – uno studente paga una tassa di iscrizione annuale da 10.000 fino a 40.000 dollari. Qui gli studenti più ricchi pagano 2.000 euro, che coprono circa il 20% dei costi. Il resto arriva dallo Stato. Quindi, io ho dei doveri verso la comunità: è chiaro che formiamo persone per l’industria, ma tenendo conto che ognuno dovrà lavorare per i prossimi 35 anni, non per i prossimi 3. Abbiamo uno scopo “generalista”, di formazione di base. Non si può pensare che l’università prepari e formi un tecnico come serve a Giordano Riello».

Sono le aziende, conclude il direttore del Dtg, che devono provvedere da sé a formare i lavoratori specializzati di cui hanno bisogno. «Le grandi imprese hanno gradi di apprendistato e di formazione continua. Quelli però vanno pagati dalle aziende. Perché la comunità si dovrebbe occupare della formazione professionale di un’impresa, quando questa si tiene gli utili? ». In definitiva, la laurea resta un elemento decisivo nel mondo del lavoro. «Mediamente una persona laureata guadagna più di chi una laurea non ce l’ha e ha maggiori possibilità di fare carriera. Questo è un dato di fatto. La questione è quali competenze si ottengono, con quel pezzo di carta».