«Panino a scuola, diritto-dovere dei genitori»

E’ rovente il dibattito sul pasto da casa, confezionato o meno, oppure preparato in mensa. Fra interessi economici e disagio delle famiglie

Non è che ci volesse molta immaginazione, ma la decisione della Corte d’appello civile del tribunale di Torino di permettere agli alunni delle scuole di portarsi il pasto da casa sta mandando in fibrillazione il mondo dell’istruzione. Tra i primi nel Veneto a sollevare diverse perplessità c’è stato l’assessore comunale vicentino all’istruzione Umberto Nicolai che un paio di giorni fa sulla stampa locale ha messo nero su bianco i suoi dubbi, che poi sono gli stessi di diversi tra dirigenti sanitari e scolastici: «Non si può portare un pasto precotto a scuola; deve essere confezionato. E questo perché potrebbero sorgere dei problemi con la ditta che effettua il servizio. Mettiamo caso che un bambino stia mangiando un tortellino preparato dalla mamma e che ne ceda uno al compagno. Chi risponde in caso di problemi?». Dubbi moltiplicati fra i dirigenti sanitari in giro per l’Italia, che l’assessore ha fatto nuovamente rimarcare in queste ore intervenendo ancora sui media: «È tutta una questione economica… I genitori per risparmiare, giustamente, cercano delle soluzioni alternative… È vero sono poche le famiglie che si arrangiano… Ma se un domani tutte queste famiglie vorranno far consumare il pranzo preparato a casa in mensa insieme agli altri bambini? Un panino al volo… non è educativo».

LOBBY DEL CATERING
Sempre da Vicenza gli fa eco Giorgia Costeniero, vicepresidente dell’associazione genitori del quartiere di San Pio X, che tiene a precisare però che non parla a nome della associazione ma come madre di una bimba di otto anni e di un ragazzo di tredici: «Spero a breve di poter leggere la sentenza e mi auguro che il giudice non abbia sentenziato a cuor leggero, anche se è possibile che quel pronunciamento sia il risultato di una serie di leggi magari un po’ ambigue. Chiaramente in casi come questo ci sono ragioni di ordine giuridico, ma anche questioni di ordine pratico. Ricordiamo che il verdetto che arriva dal Piemonte non solo permette alle famiglie di dare ai loro figli il panino, ma permette di fatto di portare da casa un piccolo pasto. Ecco non vorrei che questa cosa obbligasse ad altre incombenze il personale docente e non docente. Perché in questo caso il peso di una legittima libera scelta finirebbe per gravare sulla scuola e di riflesso sul resto degli alunni e quindi delle famiglie. Rimane il fatto – aggiunge Costeniero – che anche la qualità del cibo servito possa influire di tanto in tanto sulle scelte di alcuni genitori. La questione delle cosiddette lobby del catering scolastico c’è. Qualche volta la qualità non è adeguata al prezzo. E poi capisco che per alcune famiglie pagare il pasto per due figli che fanno il tempo pieno cinque volte la settimana sia un onore non da poco».

ALIMENTAZIONE DI SERIE A E DI SERIE B?
Diversa e più variegata è l’analisi di Giovanni Giordano, decano dello Snals, uno dei più importanti sindacati della scuola. Giordano è segretario provinciale della stessa sigla per il Veneziano da vent’anni e gode pertanto di un punto di vista privilegiato: «La pausa pranzo non è solo il momento in cui ci si nutre. È un momento di socialità importante in cui i ragazzi imparano a stare insieme sperimentando un ambito diverso da quello della lezione in classe. Se ognuno fa per sé, una volta col panino, una volta con la pizzetta, questo momento conviviale rischia di venire meno. Di più, non è detto che tutte le scuole siano attrezzate alla bisogna. So che ci sono persone che non senza ragioni parlano delle lobby della refezione, ma anche il fai da te potrebbe tramutarsi in un assist indiretto a queste lobby perché si rischia di passare il concetto che possa esserci una alimentazione di serie A e una di serie B. Non dimentichiamo poi che la pausa pranzo dovrebbe essere anche un momento di educazione alimentare».

E IL PERSONALE DELLE SCUOLE?
Giordano a differenza dei moltissimi commenti apparsi sulla stampa nazionale rompe una sorta di tabù: «Se la scuola pubblica è un diritto allora, parlando in termini di orizzonte, non si capisce come mai, dal momento che anche la refezione fa parte dello stesso ambito, si debbano chiamare le famiglie a contribuire». Giordano aggiunge che spesso e volentieri docenti e non docenti sono chiamati ad operazioni come la raccolta dei buoni pasto o lo scodellamento: «Ecco siccome qui nessuno fa sconti alle imprese della ristorazione scolastica, non si capisce perché queste incombenze non siano a carico dei privati. I quali per questo servizio riconoscono un qualcosa al personale delle scuole. Ma siccome tali prestazioni vanno pagate e poiché per il pagamento si permette di scalarle dal monte servizi offerti è chiaro che questi ultimi scontano, magari minimamente, una diminuzione in termini di qualità o quantità della prestazione stessa».

FAMIGLIE CON DISAGI ECONOMICI
Da Rovigo invece parla il consigliere regionale Patrizia Bartelle del M5S che vede nel pronunciamento dei giudici piemontesi «un positivo fattore di novità e di libertà nei confronti dei ragazzi e delle loro famiglie». Il consigliere, che è componente della commissione sanità e che sulla questione dell’allarme medico si dice «assai scettica», mette sul tavolo un ulteriore spunto di discussione: «I motivi per cui ad un figlio o ad una figlia si fa portare il pasto da casa sono principalmente due. O perché hai difficoltà economiche, e nei confronti di tali famiglie oltre che portare rispetto occorre garantire anche a livello di legge ogni tipo di facilitazione; o perché quello che passa la mensa non ti piace, magari perché uno vuole limitare il consumo della carne o perché la qualità è scadente».

LA NORMALE MERENDA DI UNA VOLTA
Dal Miranese invece giunge la voce di Maria Elena Martinez, mamma e medico che sulla vicenda vede con favore il verdetto della magistratura: «Considero una lesione del diritti di un genitore impedire di dare da mangiare al proprio figlio. Già è normale dare la merenda a scuola come è stato da sempre, anche quando eravamo piccoli, non vedo con il pranzo che cosa cosa cambi. Dal punto di vista sanitario non vedo poi chissà che ostacoli. Un genitore ha il diritto-dovere di dare da mangiare al proprio figlio secondo i suoi usi e costumi. Il problema dell’avvelenamento è un falso problema, perché il genitore darà da mangiare solo al proprio figlio non ad altri, come del resto farà la sera e comunque ci saranno le insegnanti a vigilare non ci siano scambi, se questo fosse il problema. Il problema vero è l’elevato costo di questo servizio e la scarsa possibilità di scelta; così che genitori con minori disponibilità economiche o genitori che pongono particolare attenzione al l’alimentazione dei propri figli si trovano a non poter esercitare il proprio diritto genitoriale se gli viene imposta la mensa scolastica. Sono una mamma; sono un medico e lavorando farei difficoltà con due figli a preparare loro la pietanza per andare a scuola; ma non vedo perché ledere i diritti di genitori magari più attenti di me all’alimentazione dei loro figli».