Npl: da sofferenze a business

Gli Npl, ovvero i non-performing loans, i cosiddetti crediti deteriorati, sono la spada di damocle del sistema bancario italiano. Lo scorso anno, scrive il Corriere Economia, gli npl lordi in Italia ammontavano a 337 miliardi di euro, in pratica il 20% degli impieghi. Un problema sistemico, una falla aperta nel settore bancario che piano piano si sta trasformando in un nuovo business. All’ultimo convegno organizzato da Banca Ifis c’era anche Paolo Petrignani di Atlante, il fondo che controlla le ex popolari venete. Con lui pure Davide Serra (Algebris; finanziere vicino a Matteo Renzi) e Roberto Nicastro, presidente delle quattro Good Banks (Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e CariChieti).

Nonostante la compravendita di crediti deteriorati sia in crescita, «se anche i deal si quintuplicassero da oggi al 2017, i volumi non sarebbero sufficienti per risolvere il problema dei crediti deteriorati delle banche italiane», spiega Giovanni Bossi. «Serve un salto di qualità nella gestione degli attivi deteriorati: la capacità finanziaria c’è, la volontà da parte degli investitori è connessa alla disponibilità degli istituti nel rendere trasparenti tali assets e a non essere intransigenti sui prezzi».

Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna le transazioni di Npl sono comuni e si effettuano tramite piattaforme online. In Italia c’è la Gacs: Garanzia sulla cartolarizzazione di sofferenze. In pratica, lo Stato garantisce una o più tranches di senior bond della cartolarizzazione con un rating a livello d’investimento, ricevendo in cambio il pagamento di una commissione periodica versata al Tesoro e calcolata come percentuale sull’ammontare garantito. Funzionerà? Le cartolarizzazioni di Mps saranno il banco di prova definitivo dopo il buon esito della Popolare di Bari. BpVi, Veneto Banca e Unicredit osservano attentamente.

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