Verona, trionfo romantico per orchestra di Santa Cecilia

Il Concerto per violino di Cajkovskij (straordinario solista Gil Shaham) e la Sinfonia n. 3 di Saint-Saëns nella serata diretta da Pappano, aperta e chiusa con un Rossini di trascinante brillantezza

Aperto e chiuso da Rossini, il recente concerto dell’Orchestra di Santa Cecilia al Filarmonico di Verona – uno dei momenti forti del Settembre dell’Accademia – non è uscito dal recinto dell’Ottocento anche per il resto del programma, prendendo tuttavia strade molto lontane da quelle disegnate dal Pesarese. Dopo la formidabile Sinfonia dalla sua opera Semiramide, forse la più matura elaborazione delle evoluzioni timbriche e dinamiche che sono alla base della magia del cosiddetto “crescendo”, si è passati infatti a uno dei più celebri Concerti per violino e orchestra dell’epoca Romantica, quello di Cajkovskij, nel quale il virtuosismo incarnato nello strumento solista è capace di ogni metamorfosi, passando dall’agilità all’elegia senza mai perdere di vista le ragioni del suono (e semmai ad esse sacrificando quelle della forma, e anche della dialettica fra il solo e il tutti).

E nella seconda parte ecco la Sinfonia n. 3 del francese Camille Saint-Saëns (1886), saldamente nel repertorio eppure mai eseguita in venticinque edizione del festival veronese. Una composizione che pur risalendo all’epoca in cui questo genere attraversava una crisi profonda (Bruckner aveva già composto sette delle sue nove Sinfonie, Mahler si accingeva alla sua prima, Brahms aveva da poco completato la sua quarta e ultima) va oltre le problematiche creative e tecniche con sovrana eleganza ed efficacia, concedendo qualcosa nei movimenti lenti a certe atmosfere wagneriane un po’ decadenti, regalando eloquenza orchestrale a un’invenzione sempre ben tornita, impreziosita da un sofisticato, per quanto intermittente contrappunto. Con il “dipiù” della geniale quanto originale intuizione di arricchire l’organico orchestrale con l’organo e con il pianoforte: buono il primo per dotare la Sinfonia di una patente di alta eloquenza “spirituale” che strizza l’occhio all’effetto fine a se stesso; evocativo e sofisticato il secondo nelle sue trame timbriche che si stagliano sopra gli archi e mostrano non poche parentele con l’inesauribile libertà timbrica e narrativa del celebre “Carnevale degli animali”, che del resto venne alla luce nello stesso periodo.

Un programma d’effetto, dunque, distante dalla coerenza monografica di quello portato pochi giorni fa dalla Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly, tutto dedicato a Schumann, o anche da quello impaginato da Zubin Mehta con l’orchestra del Maggio Fiorentino, diviso fra le “incompiute” di Schubert e di Bruckner, ai due estremi dell’Ottocento (ne avevamo parlato qui) . Ma un programma ideale come accattivante vetrina per quella vera e propria “macchina sonora” che è oggi l’orchestra dell’Accademia Nazionale di santa Cecilia. Tanto più se sul podio sale il suo direttore stabile, Antonio Pappano. La ricchezza e la multiforme qualità espressiva del suono della formazione romana non sono più una novità da tempo e il Settembre veronese ha permesso di verificarlo più volte negli ultimi anni.

Ma certo c’è davvero qualcosa di speciale nella “facilità” con cui il grande organico offre affreschi sonori di tale brillantezza e pertinenza stilistica, senza mai escludere le sortite virtuosistiche di ogni singolo settore, si tratti dell’ottavino (in Rossini) o dei corni (ancora Rossini, ma non di meno Saint-Saëns) o del fagotto (mai chiari come l’altra sera i dialoghi con il violino solista in Cajkovskij). Il tutto configura un inconfondibile suono caratteristico, il vero e proprio marchio di fabbrica dell’orchestra, che si caratterizza per una sua mediterranea estroversa chiarezza, ma non risulta mai superficiale o effettistico e riesce sempre a delineare il carattere di stile e di espressione di pagine profondamente romantiche come quelle che costituivano l’ossatura del programma veronese. Antonio Pappano determina il tutto e lo dirige – proprio nel senso che indica la strada – con l’attenzione e la concretezza di un maestro di cappella di altri tempi, un “creatore di suoni” che dalla profonda conoscenza del suo organico parte per costruire linee interpretative di straordinaria forza comunicativa. Si tratti di sottolineare le rade aperture sinfoniche del Concerto di Cajkovskij o di costruire il giusto spessore in Saint-Saëns, delineandone la felicità inventiva non meno della sapienza costruttiva e dell’eleganza coloristica.

Nel Concerto di Cajkovskij, poi, raramente si è visto un dialogo così intenso fra il solista, il musicalissimo Gil Shaham, e il direttore sul podio. Un legame fatto di sguardi, di gesti, di vicinanza fisica da parte del teatrale violinista americano, che sottolineavano l’evidenza di quanto si andava ascoltando: un’esecuzione tecnicamente sontuosa, con sfumature timbriche di classe assoluta e un virtuosismo sempre capace di andare oltre a se stesso, superando i limiti dell’agilità o della declamazione per andare al cuore dell’invenzione del compositore russo. Il pubblico che gremiva il Filarmonico ha dedicato trionfali accoglienze a tutti. A Gil Shaham, richiamato sul palco per un doppio bis bachiano di sovrano magistero stilistico, all’orchestra e a Pappano, che dopo Saint-Saëns sono infine tornati, come si diceva, all’amato Rossini e alla sua Sinfonia più nota, quella del Barbiere di Siviglia. Un’esecuzione semplicemente travolgente, i cui “crescendo” hanno coinvolto anche i tempi, finendo in una trascinante festa dell’energia e dell’invenzione.