«Vicenza fuori da Unesco? Bulgarini fuori da Vicenza!»

L’intervento di Alberto Peruffo dopo l’intervista al vicesindaco: «sogno di liberarmi da politici-dandy come lui»

Gentile Direttore,

volevo anticipare la tematica Unesco-Vicenza, che presto renderemo pubblica con il gruppo con cui sto lavorando. Prendo spunto dall’intervista pubblicata il 22 di settembre nella sua testata. Intervista all’esteta-dandy Jacopo Bulgarini d’Elci. Non so, Direttore, se la sua sia distaccata compiacenza o strategica ironia, nel chiamarlo così. C’è un pericolo in questa definizione. Me lo dirà Lei a seguito di questa mia uscita.

Entro nel merito Unesco a Vicenza. Lo seguo da 10 anni. JBDE dichiara in un commento all’intervista, poi cancellato dall’esteta medesimo, che sono appena 10 le parole mancanti nella traduzione consegnata alla stampa dal Comune di Vicenza del recente Esame Icomos-Unesco. E’ falso. Se nel cambio ci mettiamo pure lo spazio bianco, sono state cancellate più di 90 parole, con l’omissione di alcuni periodi fondamentali, tra cui il seguente:

Inoltre, Icomos osserva che la relazione periodica [di competenza degli Uffici comunali, nda] non riflette accuratamente la situazione corrente del sito, considerando i piani e progetti di grandi dimensioni che sono stati [Base Dal Molin, nda] e vengono tuttora realizzati [Borgo Berga, nda] o messi in programma [Tav, nda] e il loro probabile impatto che non trovano una adatta documentazione nella relazione.

Spero si capisca la gravità di questa omissione. Per non parlare di ciò che si legge nel resto del documento (come: “Icomos si rammarica inoltre che nessuna informazione sia stata fornita su questi progetti alla Commissione del Patrimonio Mondiale”), documento che invito di leggere “obbligatoriamente” per tutti i cittadini di Vicenza che vogliono da oggi in poi parlare di Unesco (qui il documento su OUT). Non sono parole del Pinco Pallino Assessore di Turno, passeggero, in una delle tante città patrimonio mondiale, che hanno secoli di storia mentre il tale Assessore ha solo qualche anno, e per il cui breve periodo potrà compiere catastrofi irreversibili. Sono parole che sono state inviate dal Presidente dell’Unesco, la massima autorità mondiale in fatto di patrimonio culturale a un Assessore della Cultura, che possiamo anche dire Assessorino se teniamo conto delle proporzioni di “autorevolezza”. Assessorino che le ha tenute nascoste per 4 mesi. E, per la parte citata, omesse. Nel mentre svolge le sue funzioni, stipendiato dai cittadini.

Attenzione. Siamo al punto focale. Ciò che è meglio non lasciare passare. E’ infatti sotto gli occhi di tutti che l’esteta in oggetto sia una stella del firmamento politico vicentino in caduta libera. Lo confermano i suoi. La candidatura di Otello Dalla Rosa. Le dichiarazioni leggere, ma mirate, al futuro personale. Ciò non toglie che per tentare di salvare il salvabile, per dimostrare onniscienza e onnipotenza, si facciano dichiarazioni ingenue, ma soprattutto intollerabili, le quali, passata la stella, rischiano di restare nell’immaginario della cittadinanza per essere riciclate dalla parte meno intelligente della politica, nei mesi a venire. E’ meglio dirimerle, con il controrischio di entrare in un dibattito cinico tra politici e consorterie in cerca di potere.

Cercherò perciò di restare solo sulla questione Unesco. JBDE sospetta in modo infantile e arrogante – atti alla mano del procedimento Unesco, occultati in tutti questi anni – che per «alcuni che hanno fatto la denuncia», io stesso, immagino, «togliere il marchio [sia] una ragione di vita». Addirittura «tifano perché Vicenza venga impoverita». Consiglierei prudenza all’esteta-dandy JBDE. Sembra un bambino che non abbia mai preso in mano Preambolo, Carta Costitutiva e Direttive dell’Unesco, dove la parola Unesco sia stata origliata tra i corridoi mentre si specchiava tra i vetri.

Alberto Peruffo con lo storico Alessandro Gogna durante l'apertura del 64.Trento Film Festival, Teatro Olimpico di Vicenza, 26 aprile 2016 (foto di Enrico Ferri).

Alberto Peruffo con lo storico Alessandro Gogna durante l’apertura del 64.Trento Film Festival, Teatro Olimpico di Vicenza, 26 aprile 2016 (foto di Enrico Ferri).

Premesso – purtroppo devo tediarvi con questo “funzionale” piccolo inciso “personale”, per poter argomentare sulle ragioni – che a breve le mie “ragioni di vita” più prossime, oltre alla famiglia e al lavoro per mantenerla, saranno più o meno le solite, rinnovate di anno in anno: di ritornare in Himalaya nel 2017; un tour nazionale, con debutto probabilmente a Brescia, di una mia nuova regia videoteatrale, dal titolo H-AMBIENT; l’accettare o meno la direzione artistica della rassegna culturale sulle Terre Alte più importante d’Italia, Oltre le vette di Belluno, città sede di Dolomiti Unesco, propostami per il 2017, per il ventennale della rassegna. Premesso questo, quelle che seguono sono sì, pure, ragioni di vita, ma sarebbe più corretto chiamarle ragioni di morte. Poiché la seconda esclude la prima. E preferirei pensare alle prime.

Perciò, ragione di vita è per me, da sempre, portare “vita” in città, non vendere cultura in cambio di silenzio e fascinazione per le dandy-coscienze. Ragione di vita è contrastare la deriva militare di una città, specie se hai dei figli che vanno a scuola tra 2 enormi basi militari, insieme a tutta la gioventù di Vicenza, mentre all’Ospedale di Vicenza si fanno prove di emergenza medica in caso di attacco terroristico. Come mai a Vicenza, esteta? E perché mai sotto traccia? Vergognati della tua bellezza, mi viene da scrivere senza riserve. E delle tue fortune. Se il dandy avesse figli, essi, io credo, si vergognerebbero di un padre che scherza con ragioni di vita. Ancora di più se sono ragioni dei figli degli altri.

Lo dico in parole semplici: io non dormo tranquillo nel sapere che i miei figli sono a scuola in Piazza Baden Powell. Se gli altri vicentini lo fanno, sono dei pazzi, degli irresponsabili, degli incoscienti. Dei dormienti, drogati da ciò che non si può qui scrivere. Incoscienti che ignorano il significato di avere a poche centinaia di metri dallo loro vita la più grande installazione militare d’Europa, targata USA. Incoscienti ai quali bisogna dare una scossa prima che si sveglino troppo tardi. Con la morte, o una città mortificata, sulla porta di casa. Non vi è bastata lo schiaffo della BpVi? Aspettate che vengano a portarvi via i vostri figli?

Ragione di vita inderogabile e indelegabile è quindi fare rispettare il preambolo dell’atto costitutivo e i principi dell’Unesco che parlano di pace e incontro tra i popoli, mediante la cultura e la scienza, non mediante Africom, Coespu, Pluto e altre costruzioni poco “rinascimentali”, grazie alle quali, la mediazione della vita altrui, parlo sempre di vita, passa attraverso il fuoco delle armi e la strategia della paura. Mediazione che è giusto chiamare, qui cambio registro, morte. Morte. Soprattutto di innocenti. Oltre che un macello di soldati che partono dalla bucolica Vicenza, come si apprende dal profilo FB di USAG. Abbonati, esteta!

JBDE, dall’alto della sua sapienza, afferma che il prezzo da pagare per queste denunce sarebbe esorbitante: l’uscita dall’Unesco. Non credo lo sia rispetto ai prodotti e alle corruzioni di principio di ciò che si denuncia. Anzi, se succederà qualcosa a Vicenza, ai nostri figli, il prezzo non sarà solo esorbitante, ma determinante per schiacciarti, tu, vicesindaco, sul banco degli imputati per non avere mosso un dito concreto e per aver infangato la memoria di ciò che poteva evitare questa situazione, il movimento No Dal Molin: il giorno che hai posto il tuo ambiguo fianco all‘inaugurazione della Del Din, uccidendo il Dal Molin, è stato il momento “intellettuale” più basso della lotta alla base, firmato JBDE, il dandy-esteta dalla fascia tricolore, a scomparsa, ipocrita. Che dà importanza all’immagine velata e alla parola sottile proprio perché conosce bene cosa si nasconde dietro. L’inganno. L’ampliamento al posto di una nuova base. L’oblio sul dissenso. La passeggera gloria di amministratori estetizzanti: belli da vedere, vestiti sempre per benino, dandy, ma senza un principio di etica. Tieni conto pure di questo: i barlumi non sono principi.

Alberto Peruffo con la fotografa palermitana Letizia Battaglia durante l'inaugurazione della mostra Non c'è bellezza senza giustizia, Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore, 31 maggio 2015 (foto di Daniele Lira).

Alberto Peruffo con la fotografa palermitana Letizia Battaglia durante l’inaugurazione della mostra Non c’è bellezza senza giustizia, Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore, 31 maggio 2015 (foto di Daniele Lira).

Vedi, dandy-esteta JBDE, sbagli a dire che non è imputabile a te il Dal Molin, o Borgo Berga, o la TAV. Giriamo la questione: cosa hai fatto, tu, per fermare il Dal Molin, Borgo Berga o la TAV? A noi risulta che hai partecipato ai lavori amministrativi che hanno portato o porteranno a compimento questi mostri, senza opporre reale contrasto, anzi, a volte avallando procedure per alcuni di essi. Fino alla soppressione della memoria e all’accettazione supina dei fatti.

Ne consegue, dandy-esteta JBDE, per me, padre e cittadino, che è legittima ragione di vita contrastare – con metodi duri, civili, come con questa lettera – chi fa di mestiere l’Onesto Burattino Intellettuale (l’OBI: gli antropologi, con cui lavoro, stanno pensando a questo termine). E lo fa dove questo mestiere? Sulla scena politica. Dalla quale tutto deriva. Che sia il tuo caso? Sembra attestato da certe scenette in Consiglio Comunale. Aprite questo video al secondo 18. Notate l‘atteggiamento scenico e la retorica del dandy-esteta: sembra un onesto intellettuale da cabaret: ci parla di “verità vera” (quante verità false ci ha raccontato finora?), dice “lo dico con radicale franchezza” (per dire che la sua è spesso stata una franchezza di superficie, una montatura), parla di “un intero territorio ha detto va bene così” (accusando di burattinaggine un’intera comunità, facendo entrare nella “commistione” tutti; tutti – così da cancellare la responsabilità dei singoli). Mi domando dove abbia vissuto in questi anni il dandy-esteta, in quale mondo di burattini e party a tutte le ore, distaccato dalla vita della città. Forse sulla terrazza della Basilica?

Solo per il Dal Molin, erano a migliaia i vicentini a Vicenza nella manifestazione dei 120 mila del 17 febbraio 2007. Erano a migliaia i vicentini che hanno detto no durante la consultazione popolare del 5 ottobre del 2008, poi insabbiata da Variati: 23mila persone! O non erano?! E dal Sistema di Zonin (difeso da persone con nome e cognome: Hullweck, Variati, Albanese, Nosiglia, Zigliotto, Calgaro e molti altri, protagonisti indiscussi dell’opinione pubblica manovrata e diffusa mediante GdV), di cui tue sei una briciola, già si era preso le distanze, boicottando banche e vini. E alcune chiese. Nacquero perfino i “Cristiani per la pace”, tanto da pensare che molti sedicenti tali, cristiani, sono cristiani per la guerra e per l’ingiustizia sociale. Da avere paura. Insomma, quale dabbenaggine ti fa dire un intero territorio?

La stessa che ti fa chiamare Sokurov a Vicenza, senza pesare le sue parole uscite per Repubblica, di cui riporto lo stralcio più significativo:

Che impressione le ha fatto l’Olimpico? “La sensazione di un miracolo, il culmine dell’impegno dell’uomo. Se mai si farà un accordo del disarmo mondiale, andrebbe firmato lì a significare che ogni oggetto d’arte distrutto crea un vuoto colmato solo dalla bestialità della nostra natura. L’arte ci mantiene umani e di questo voglio parlare nel mio spettacolo, perché stiamo smarrendo i valori dell’umanesimo”

… Sigh! Dove le dirà? A Vicenza. Spiega al regista russo che le sue parole sono molto importanti, anzi, pesanti, perché dette nella città sbagliata, essendo la città “civile” più militarizzata al mondo, ma non per vocazione, ma per delinquenza intellettuale e illegalità a vari livelli, come è stato dimostrato e per la quale stiamo combattendo presso l’Unesco. In contatto con Parigi, non con gli Uffici di Vicenza, Venezia e Roma! Di cui abbiamo preso atto dell’operato e delle sotterranee negligenze. A Sokurov, proverò a dirglielo di persona, io stesso, giovedì, in che razza di città è capitato. Ah, ho già comprato i biglietti. Questa volta non vorrei essere accompagnato dalla Digos. Ad un incontro culturale. Sono e resto un uomo disarmato.

Vede, dandy-esteta, ora si merita del Lei, Vicenza aveva quella brutta parola che Lei ha sempre in bocca, il brand, era la Città del Palladio e del suo Urbanesimo riconosciuto a livello mondiale, città gioiello non solo del Rinascimento, ma con secoli di civiltà ed esemplarità, anche dopo il 1500. Su molti ambiti. Ha perfino una medaglia d’oro per la Resistenza. Oltraggiata. Oggi, semmai, grazie alle amministrazioni degli ultimi decenni – e a chi le ha sostenute – l’esemplarità si è capovolta: non è più un gioiello del passato, del Rinascimento, della Resistenza, ma un bordello della post-modernità di cui Lei stesso è fautore, intellettuale, sempre secondo la mia argomentabile, ma rispettabile, fino a prova contraria, opinione. Opinione.

Cossicché, nonostante il periodico ed effimero imbonimento attraverso la cultura, tipico del dandy-esteta, la secolare vocazione culturale di Vicenza, Lei e i suoi colleghi l’avete buttata nella spazzatura ed è per questo che l’Unesco sta valutando di sbatterci fuori. Purtroppo uso la particella declinata sul noi. Nessuno di noi vuole uscire. A suo tempo avevamo posto un out-out, la Base o l’Unesco (3 ottobre 2008). La contraddizione era di principio. Poi si è dimostrata a tutti i livelli: internazionale (fuori dalla NATO), costituzionale (contro gli art. 11 e 113), urbanistico (contro il PAT), ambientale (senza la VIA).

Voi, guidati dal sindaco piangente Variati, non avete contrastato come si doveva e secondo il patto con gli elettori, la nuova base. C’erano gli strumenti. Gli avete insabbiati. Avete strappato il Patrocinio alla Conferenza Unesco del 2008. Inventato un seminario farsa nel 2013. Insabbiato documenti. Non consegnato relazioni. Anzi, avete applicato le stesse ambigue procedure per Borgo Berga e vi state dando da fare con alacrità stupefacente per la Tav. Facendo acqua, ahinoi, anche fisicamente, da tutte le parti. Nessuno di noi vuole uscire dall’Unesco. Lo ribadisco. Era un deterrente intelligente. Ma per colpa anche e ora soprattutto vostra – i fatti lo dimostrano oggi – non possiamo più starci dentro. Ricevuto un patrimonio, non ci si piscia sopra.

Che pena sentire dalla voce di un dandy-esteta uscire questo lamento: il Dal Molin e Borgo Berga ce li abbiamo già, cosa ci guadagneremmo a perdere pure l’Unesco? Voi, niente! Avete già perso la vostra credibilità. Noi, molto. Ricordati: noi, chi la pensa come me, non accetterà mai il Dal Molin e Borgo Berga. O un Parco Querini e una Valletta del Silenzio che diventino discariche culturali. Mai. Apri le orecchie. Ripeto: mai! E visto che dall’Unesco – se si rispettano i principi e i fatti – si dovrà, probabilmente e nostro malgrado, uscire, noi a Parigi capovolgeremo le criticità emerse nel report Icomos. Proporremo le condizioni per restare, per mantenere il merito di conservare la nomina di Patrimonio dell’Umanità, messo in pericolo dalle grandi opere sotto esame e dalle negligenze degli amministratori del bene Patrimonio.

Per restare è stato proposto al gruppo di lavoro di chiedere:

  1. la riconversione della Base Militare Dal Molin ad uso civile e di pace, nello specifico – visto gli edifici in essere – in un Campus Universitario di livello internazionale proprio sul Diritto Internazionale, qui leso insieme a quello Costituzionale, affinché l’adiacente e ipotetico Parco della Pace in progettazione risulti degno di tale nome e non una farsa, come lo è ora;
  2. il contenimento e il ridimensionamento di Borgo Berga, visto che abbatterlo nel folle luogo dove è stato edificato, è un pericolo per la città; anche se la soluzione migliore, se le tecnologie lo permetteranno, sarà quella di abbatterlo. Inciso: che vergogna mostriamo quotidianamente al mondo intero sapendo che due istituzioni della legge – Tribunale e Agenzie delle Entrate – sono edificate sopra, sopra, l’illegalità?! Che miseria dimostriamo in fatto di civiltà? Miseria civile: metti questo, nel tuo brand, dandy-esteta, di Vicenza, sul quale, sappiamo, stai lavorando da mero pubblicitario come fosse una proprietà non-comune;
  3. il ripensamento della TAV.

Utopie? Certo. Anzi, no. Come sono stati fatti questi mostri, noi possiamo “sognare di” – che significa “agire per” – abbatterli. Tristemente, in Italia, a Vicenza, nella Terra dei PFAS e degli escrementi tossici sotto la Valdastico Sud, di cui si nutrono i nostri figli (e qui l’intransigenza monta, monta, monta!), la più grande utopia è di liberarci per sempre di politici e dirigenze che hanno calpestato, con dandy-stile, vestiti per benino, le nostre terre. Belli fuori, straccioni dentro. Ma non molliamo. Continueremo a sognare. Di liberarci dai burattini. E dalla terra pestifera che ci stanno lasciando.

Per questo, Vicenza si solleva. Il 16 gennaio del 2017.

Alberto Peruffo

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