Ponte sullo Stretto: non si fa, ma si paga lo stesso

Dalle intercettazioni già pubblicate di un’inchiesta anti-mafia il retroscena di un’opera che al contribuente è già costata eccome

Dalla California il grande elemosiniere delle tangenti del Mose, Giovanni Mazzacurati, dopo aver percepito 6 milioni di euro di buonuscita, chiede altri 834 mila euro di saldo per l’opera svolta. Nel mentre in Sicilia il contribuente italiano è in lotta per evitare di pagare una penale di 630 milioni di euro, più interessi e rivalutazione monetaria, a seguito decisione del governo Monti di non costruire il ponte. Penale introdotta dalla modifica del contratto originario da parte del commissario straordinario sul ponte. Un commissario straordinario che all’epoca era anche presidente di Anas e amministratore delegato della Società Stretto di Messina, il cui azionista di maggioranza era sempre Anas.

Una modifica contrattuale assurda. La Società Ponte sullo Stretto paga la penale se, allo scadere di 540 giorni dalla presentazione del progetto definitivo da parte del general contractor Eurolink con capofila Salini-Impregilo, il Cipe non approva. Nel contratto originale la penale scattava invece 540 giorni dopo l’approvazione del progetto definitivo da parte del Cipe. Condizione quest’ultima ineccepibile, se solo si considera che l’attività espropriativa è giustamente connessa alla dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dopo l’ok definitivo.

Il governo Monti agli inizi di ottobre 2012 accantona 300 milioni di euro per pagare la penale. In pratica cerca di negoziare con la società Eurolink, ma il tempo passa. I 540 giorni scadono il 3 novembre 2012, ma il giorno prima con il decreto 187 il governo annulla con effetto immediato tutti gli atti che regolano il rapporto di concessione. A questo punto succede un singolare evento, che diventa pubblico a seguito della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche della Direzione Investigativa Antimafia nell’ambito della inchiesta “Breakfast” della Procura di Reggio Calabria. Intercettazioni secretate che arrivano al vicedirettore del Fatto Quotidiano e che gli procurano l’accusa di “rivelazione di segreto d’ufficio e violazione del segreto investigativo”. Il giornalista rivela le pressioni esercitate dall’amministratore di Impregilo Salini attraverso Isabella Votino, la portavoce e fedelissima del Presidente della Lombardia Maroni per modificare il decreto che annulla la penale.

Il giornalista rivela anche il motivo che giustifica le pressioni di Salini. La scalata in Borsa a Impregilo conclusa nel 2012 aveva comportato il pagamento del prezzo delle azioni Impregilo, che includevano sia le penali sia la realizzazione del Ponte. L’azione sulla Votino consiste nel conoscere l’esatto momento di entrata in vigore del decreto che azzera una penale, che tutto compreso arriva a circa un miliardo di euro. Il decreto però entra immediatamente in vigore e l’azione si sposta sulla conversione del decreto che è passato alla Camera.

La portavoce di Maroni telefona all’onorevole Manuela Dal Lago, che ricopriva il ruolo di Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati e che dovrà occuparsi dell’art 34 decies del Crescitalia ( DL 179/2012) con il quale Monti ha azzerato le penali. L’intervento della Votino è comunque finalizzato a tutelare unicamente le penali. Riportava il Fatto l’11 dicembre 2015: «Dal Lago si sente chiedere da Votino: “Vorrei sapere qual è la nostra posizione sul Ponte di Messina“. La leghista della prima ora parte in quarta: “Noi siamo sempre stati contrari al Ponte”». Colpisce molto il pezzo d’intercettazione della Votino con un componente della Commissione Industria: “se dobbiamo fare qualcosa faccelo sapere“.

L’11 dicembre 2012 Monti mette la fiducia sul provvedimento. L’attività di lobbying della portavoce di Maroni per conto di Salini-Impregilo continua in Lombardia dove la Salini è impegnata nella costruzione della “Quarta linea della Metropolitana“, nella “Tangenziale Est di Milano” e nella “Pedemontana Lombarda” e in Veneto del progetto av Vr/Pd.

Sulla Pedemontana lombarda l’azione è rilevante. Istruttiva la telefonata tra Votino e l’ad di Impregilo: «Duecento milioni fuori che non si sa chi me li pagherà, quindi mi troverò proprietario della Pedemontana». A giugno 2014 il Presidente della Lombardia comunica alla sua portavoce: «ho scritto una lettera a Renzi e per conoscenza a Lupi perché abbiamo saputo che lunedì il Cipe si riunisce ma non ha all’ordine del giorno la defiscalizzazione per la Pedemontana». Che cosa impediva la defiscalizzazione richiesta? Le prescrizioni del Nucleo di Valutazione e Verifica degli Investimenti Pubblici, che giustamente riconosceva la defiscalizzazione a progetto completato e da quando iniziava a funzionare l’autostrada.

Succede invece che queste legittime prescrizioni, coerenti con la legge 228/2011 che tenta di tutelare i soldi pubblici, sono superate l’1 agosto del 2014 con la delibera del Cipe, che concede alla Pedemontana Lombarda di non pagare le tasse dal 2016 al 2017, con minori entrate per lo Stato stimate in 67 milioni all’anno per 12 anni (800 milioni euro). Il motivo? Quello di sempre, ovvero la sovrastima dei flussi di traffico che fanno saltare i fraudolenti piani finanziari. Da aggiungere che attraverso la defiscalizzazione resta invariato il rendimento del capitale investito ovvero 10% definito nel contratto del 2009!

Una osservazione finale: le opposizioni alla realizzazione del Ponte di governi vari e Parlamento probabilmente non sono mai state serie perché solo la revoca della concessione avrebbe definitivamente cancellato il Ponte. Questo è il grande connubio lobby dei costruttori, politicume e intermediari finanziari, che stanno sequestrando il futuro di questo paese.