BpVi, caro Cappelleri: a questo punto archivia tutto. E subito

Era meglio se non la rilasciava, il procuratore di Vicenza, l’intervista alla Verità. Ma ora ne tragga le conseguenze

Nasce un nuovo quotidiano, impresa assai temeraria, considerato che i vecchi non se la passano tanto bene. Lo chiamano “La Verità“, come a dire: tutti gli altri vi raccontano un sacco di balle, se volete sapere come stanno davvero le cose, venite da noi. In passato, per la verità, qualche giornale che si chiamò proprio così, nella lingua di Gogol, serviva a nasconderla, la verità. Non importa: altra latitudine e altra longitudine, non solo geografiche. Il direttore è un tale che non ha mai fatto nulla per apparire moderato. Meno che mai può esserlo ora, quando c’è da farsi strada tra molti concorrenti per pochi lettori. Un’informazione un tantino gridata, ecco quel che ci vuole.

Occorrono dei filoni forti, con un parco lettori assicurato. Buone sono le banche venete, BpVi e VB; lì ci sono decine e decine di migliaia di azionisti che hanno perso tutto e sono ansiosi di notizie, avidi di novità. Per giorni La Verità ha battuto la gran cassa, limitandosi, però, a rimasticare cose già scritte e riscritte, presentandole come nuove. Occorreva qualcosa di diverso, qualcosa che azionisti e lettori comuni non avevano ancora letto.

Al giornale si saran detti: chiediamo un’intervista al procuratore Cappelleri, sia mai che acconsenta. Come la monaca di Monza, il procuratore rispose. Dobbiamo ammettere che lo fa di rado, questo è vero. Non è uno che ama il palcoscenico, il nostro Cappelleri. Un tipo prudente. Uno che non si è trasferito a Vicenza, perché la città è ricca, ma piccola, pettegola e un po’ collosa. Ti imprigiona in una specie di ragnatela, fatta di cene, di battute di caccia, soggiorni in Toscana e piccoli grandi favori. Alla larga! Meglio fare il pendolare. Al massimo ti invitano al Campiello e lì qualche mano la devi pur stringere.

Lo fa di rado, il nostro Cappelleri, ma lo fa. E quando lo fa, non rasserena l’ambiente. Certo, parlare di un’inchiesta in corso, se non si è De Magistris, è cosa assai ardua. Quello che sarebbe utile, non puoi dirlo; quello che dici può essere frainteso. Cappelleri, però, è anche quello che, qualche giorno prima di un’assemblea della banca, si lasciò andare: prevedeva addirittura l’associazione a delinquere. Passata l’assemblea, non se ne seppe più nulla. Tempi e modi furono e rimangono sospetti.

Cosa ci dice, il nostro Cappelleri, con questa ultima esternazione? Cose assai rassicuranti, per gli indagati. L’inchiesta è grossa, la Procura è piccola. Occorrerebbero competenze che solo le grandi procure possono avere. Però l’inchiesta ce la teniamo stretta e non la molliamo. Siamo assai meno aperti e generosi di quanto non siano stati a Treviso. E pare che Roma sia paga di Consoli e non voglia altre rogne.

Su questo punto, nel tempo, Cappelleri ha risposto più volte e mai, dico mai, a mio personalissimo parere, è stato persuasivo. Continuo a ritenere un mistero il fatto che su VB indaghi Roma e su BpVi indaghi Vicenza. Oltre che un mistero, è la prova che, in Italia, il diritto non è una certezza, ma una mutevole opinione. È un gioco d’azzardo, in cui a perdere sono sempre e solo i cittadini. Il banco non perde mai.

È alla fine dell’intervista, però, che Cappelleri dà il meglio di sé: «Se le contingenze del 2014/2015 avessero consentito ancora una volta di vincere, tutti quanti anche i danneggiati di oggi, avrebbero ricavato vantaggi». Poiché qui, a parlare, non è un avvocato della difesa, ma il rappresentante della pubblica accusa, i casi sono due: o sono parole in libertà, considerazioni da uomo della strada, e allora Cappelleri avrebbe dovuto evitare di pronunciarle. Se sono, invece, convinzioni maturate dopo mesi di indagine, allora faccia presto, signor procuratore, proponga una salutare archiviazione. Lei ha ragione: tutti quelli che per anni hanno detto sì e hanno lodato e applaudito, non possono adesso pretendere da lei che li vendichi. Lei deve perseguire i reati, non le persone, e meno che mai può diventare il giustiziere a nome e per conto dei pentiti dell’era Zonin.

Faccia solo presto. Senza badare a giustizialisti e garantisti, due categorie che lei dichiara esserle aliene. Faccia presto. E, se può, senza più rilasciare interviste.