Perchè votare No al referendum. In 5 punti

Ad una prima lettura, chi non voterebbe sì alla riforma Renzi-Boschi? E invece il diavolo si nasconde nei dettagli. Ecco quali

Manca poco al referendum Ccstituzionale che oramai da quasi un anno ossessiona tutti gli italiani con dibattiti televisivi che spesso, invece di fare chiarezza, aumentano la confusione. Il quesito è il seguente:

Approvate il testo della legge costituzionale concernente
“Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario,
la riduzione del numero dei parlamentari,
il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni,
la soppressione del Cnel e
la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”?

Ad una prima lettura chi non voterebbe sì, sì e ancora sì? Tutti! E’ un sogno nel cassetto di mezza Italia quello di veder dimagrire la macchina dello Stato, rendere più efficienti le Istituzioni e produrre risparmi significativi. E così il circuito del marketing elettorale continua a fare il proprio seguito. Meglio quindi affrontare punto per punto i temi del testo della scheda elettorale, per cercare di decidere a quale casella destinare la propria croce.

1) “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario”

Il nostro sistema è sempre stato contraddistinto da un bicameralismo perfetto (negli ultimi tempi si preferisce definirlo paritario), come si evince dal testo proposto nel quesito referendario. Entrando nel merito, il Senato non sarà più eletto dai cittadini, ma i senatori saranno scelti tra i sindaci e consiglieri regionali che già ricoprono un mandato locale. Per svolgere l’attività percepiranno ogni genere di rimborsi, pari ai due terzi dell’attuale retribuzione, e saranno beneficiati della immunità parlamentare. Potranno quindi frequentare le sale e i salotti romani, abbandonando seppur temporaneamente il territorio che invece sono stati chiamati direttamente a governare. Saranno costretti a sospendere la fitta agenda di impegni nel loro comune o nella Regione, per essere catapultati a palazzo Madama per votare documenti di qualche migliaio di pagine pure sull’Unione Europea.
A rigor di logica il Senato della Autonomie avrebbe dovuto occuparsi di materie strettamente legate al territorio locale, ma questa strana Riforma affida le questioni territoriali alla Camera e le questioni europee al Senato. Ci si auspicava una semplificazione legislativa, ma saranno ben 22 le materie di legge che resteranno bicamerali. Leggendo il famoso art.70 emerge il “capolavoro” quando si scopre che ci saranno diverse procedure di approvazione a seconda della materia affrontata. Tenuto conto poi che alcune leggi coinvolgeranno diverse e più materie, il caos è pressoché garantito dai dubbi interpretativi e dagli inevitabili ricorsi opposti dalla camera che sarà esclusa dal trattare il relativo provvedimento.
Non si accorceranno i tempi dell’iter legislativo, ma al contrario si complicheranno e si allungheranno: i possibili procedimenti legislativi, che oggi sono soltanto 2 (quello ordinario e quello costituzionale) diventeranno addirittura 10! Il Senato sembrerà un hotel con porte girevoli, in cui sindaci e consiglieri neoeletti sostituiranno, in corsa, quelli che nel frattempo hanno concluso il mandato elettorale (quello sul territorio, ovviamente). Il Senato quindi non avrà un inizio e un termine di legislatura, ma sarà un organo in continuo movimento e in continua mutazione. Un essere alieno e avulso dal contesto politico determinato dalle elezioni.

2) “Riduzione nel numero del parlamentari”

Sarà un semplice alleggerimento di appena 215 senatori su un totale di 915 parlamentari. Meglio di nulla, qualcuno giustamente potrà pensare. Ma poi emerge che il Senato ha un costo pari a 570 milioni di euro, che la riduzione del numero dei senatori produrrà un risparmio di appena l’8% e che il ballottaggio previsto dalla nuova legge elettorale costerà circa 300 milioni di euro.
Appare evidente che la riduzione dei costi è solo un grande bluff. Eppure ci domandiamo: perché non è stato ridotto anche il numero dei deputati?

3) “Il contenimento dei costi del funzionamento delle istituzioni”

Come già detto, la riduzione dei costi è pressoché inesistente. Il migliaio (poco più) di dipendenti e funzionari del Senato, che percepiscono fino a 358 mila euro all’anno, “serviranno” i nuovi senatori. Coabiteranno al Senato con gli assistenti dei parlamentari, i tecnici ed i commessi. (come dimenticare la famosa fattura dei tendaggi a 600 mila euro?)
Il termine Province sarà cancellato dalla Costituzione ma continueranno ad operare sotto mentite spoglie perché si chiameranno “enti di area vasta” o “aree metropolitane”. Anche in questo caso, come per il Senato, è stato abolito il diritto dei cittadini ad eleggere i consiglieri provinciali.

4) “Soppressione del CNEL”

Tra i molti enti inutili, il CNEL è da tempo tra i predestinati. Sarà quindi cancellato, ma quale ente gestirà l’archivio dei contratti collettivi di lavoro (del settore privato e del settore pubblico), nonché gli accordi interconfederali del settore privato, gli accordi governo-parti sociali e i contratti collettivi nazionali quadro dei vari comparti pubblici. Chi gestirà la banca dati sull’immigrazione, sul mercato del lavoro, sulle statistiche territoriali, sulle professioni non regolamentate, e chi vigilerà sull’iniziativa privata al fine di non andare in contrasto all’utilità sociale? Misteri, che andranno quantificati in termini economici e che produrranno inevitabilmente nuovi costi.

5) “Revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”

Le politiche sociali e sanitarie, il governo del territorio, l’ambiente, la valorizzazione dei beni culturali e ambientali che costituiscono il cuore dell’autonomia legislativa regionale torneranno allo Stato centrale. La curiosa circostanza evidenzia che fu il centrosinistra a modificare nel 2001 il Titolo V ed è ancora il centrosinistra che 15 anni dopo torna sui suoi passi ripristinando sostanzialmente lo stato precedente.
Saranno sottratte alla competenza concorrente il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, la previdenza complementare e integrativa, la tutela e sicurezza del lavoro, il commercio con l’estero, l’ordinamento sportivo, l’ordinamento delle professioni, l’ordinamento della comunicazione, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionali dell’energia che torneranno allo Stato.
Ovviamente le Regioni a Statuto speciale manterranno invece prerogative e privilegi anacronistici e ingiustificati.

Oltre i punti citati, sono numerosi gli argomenti non rappresentati nel quesito referendario. L’elezione del Presidente della Repubblica potrà avvenire anche con i voti della sola maggioranza: dal settimo scrutinio in poi saranno sufficienti i 3/5 dei votanti e non più degli aventi diritto. Le firme per presentare leggi di iniziativa popolare aumenteranno da 50.000 a 150.00 firme, riducendo in questo modo uno dei pochi strumenti di partecipazione diretta.

La riforma Renzi-Boschi è stata approvata in doppia lettura dalla Camera e dal Senato, malgrado il Parlamento sia stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte con la nota sentenza n. 1/2014. Illustri emeriti Presidenti della Corte ritengono che questo parlamento non era quindi titolato a promuovere riforme, ma a legiferare nel cd. “principio di continuità” per garantire al Paese un governo che si occupi di una nuova legge elettorale e della ordinaria gestione.

Piero Calamandrei ebbe a dire, al cospetto dell’Assemblea Costituente, che quando si discuterà un’eventuale quanto auspicata riforma della Carta Costituzionale …”i banchi del Governo dovranno essere vuoti”, per rendere ancor più evidente che ogni riforma avrebbe dovuto essere del Parlamento e non della maggioranza di Governo “pro-tempore”. Purtroppo così non è stato e c’è chi ha preferito intestarsi la riforma vincolando il proprio destino politico a quello della riforma stessa. L’unica vera e auspicata strada per aggiornare e adeguare ai tempi moderni la Carta Costituzionale è l’istituzione di una nuova Assemblea Costituente eletta sulla base di un sistema proporzionale che garantisca ad ogni forza politica una dignitosa rappresentanza.

Se mi è permessa una valutazione personale, il modello che preferisco prevede: l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, l’abolizione del Senato, la riduzione del numero dei deputati, e la previsione di un tetto fiscale invalicabile. Votare No, significa anche, per me, volere tutto questo e desiderare una riforma che non si accontenti di cambiare, ed in peggio, poco nulla del nostro ordinamento istituzionale.