Verona, sfracello Pd: Allegrini vittima sacrificale?

Meglio gli imprenditori che lavorano a testa bassa rispetto a quelli che si gettano in politica. Nel 2017 ne vedremo delle belle

Vista la situazione, non c’è dubbio che il Pd veneto e veronese avrebbe volentieri fatto a meno di presentare un proprio candidato alle prossime elezioni comunali amministrative. Dopo il disastro di Alessandra Moretti alle regionali, il fresco abbandono dell’ex capogruppo Bertucco e della sua fetta di elettorato, sotto il dominio delle sacerdotesse renziane, Rotta e Salemi, con grandi poteri ma pochi voti, il Pd locale, se avesse potuto, si sarebbe preso volentieri un anno sabbatico.

Invece, almeno per onore di firma, dovrà presentare un suo candidato anche se tutti sanno che senza l’appoggio dei seguaci dell’ex sindaco Tosi, l’inviato/a di Renzi è destinato/a a essere non molto più di un beautiful loser, uno/a che in una città come Verona non arriverà nemmeno al ballottaggio. Sicché, sullo sfondo di questo prevedibile sfracello, mai avremmo immaginato che potesse restare incastrata, con l’unica prospettiva di fare da vittima sacrificale, Maria (Marilisa) Allegrini, candidata in pectore, indiscussa signora dell’Amarone, imprenditrice di successo in campo vitivinicolo, con numerosi incarichi e responsabilità, almeno per la consapevolezza che ella ha – legittimamente – di se stessa e per i trionfi che, con ferrea determinazione, ha inanellato negli ultimi anni.

«Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo, vuol dire che non lo sei», chiosava Margaret Thatcher e certamente Marilisa Allegrini non ne ha bisogno. Perché candidarsi allora? La sua è stata un’ascesa folgorante. In collaborazione con il fratello Franco, se si esclude il fatto di essersi fidata di Zonin (14.752 azioni), negli ultimi anni ha inanellato solo successi e costruito un gruppo vitivinicolo prossimo a fatturare 30 milioni all’anno. Nel 2008 ha acquisito la splendida villa palladiana dei Della Torre, simbolo di una consacrata importanza mondana, e negli anni successivi ha esteso i già ragguardevoli sei fondi di famiglia fuori dalla Valpolicella, alla volta della Toscana (San Polo-Montalcino).

Certamente si è giovata della felice congiuntura dei vini veronesi, ma ha portato il marchio di famiglia a una indiscussa notorietà, forse perfino superiore ai reali meriti. Eroina del libro di Oscar Farinetti dedicato ai 12 grandi italiani del vino, con indiscutibili doti di marketing, in parallelo ha sviluppato un ruolo centrale nella costituzione del gruppo delle Famiglie dell’Amarone d’Arte, senza disdegnare la «politica», consacrata dalla nomina quale consigliere di Sace spa (un ente di CDP che sostiene con assicurazioni e finanziamenti le imprese) e finalmente dalla Presidenza nel comitato veronese per il Sì al referendum, che, a fianco dell’ospitalità magnificamente esibita al Presidente Renzi nel corso dell’ultimo Vinitaly, l’ha consacrata come imprenditrice di fiducia del premier in terra scaligera.

Insomma se la signora non avesse avuto l’ardire di affermare che «come per la moda, un giorno posso indossare Armani e il giorno dopo Versace, un giorno bevo un vino della Borgogna, un giorno del Barolo. C’è una stagione per tutto», avremmo pensato che solo un colpo di sole l’avrebbe convinta a candidarsi con il Pd alle prossime elezioni. Vedremo come andrà a finire. Tuttavia, se è lecito dirlo, gli imprenditori che si gettano nelle braccia della politica non ci vanno molto a sangue. Continuiamo ad amare di più quegli imprenditori che lavorano a testa bassa senza preoccuparsi di amicizie strane, eccetto quelle di clienti e fornitori, perché abbiamo già visto film di questo genere. Ma la sensazione, purtroppo, con o senza Marilisa Allegrini, è quella che, anche tra gli industriali, ne vedremo delle belle, in occasione delle prossime elezioni amministrative veronesi.