Partito Democratico. Arrivato oligarchico

Magari fosse la “nuova Dc”: ecco perché il Pd nazionale è come la vecchia Forza Italia. E perché nessuno ci fa più caso

La sinistra non è solo morta e sepolta: è evaporata. Al suo posto un’accozzaglia di cialtroni che spiana la strada ai criminali. Sì, lo so che esagero. Ma ne ho ben donde: qualche giorno fa ho letto un chiarissimo editoriale di Scafari su Repubblica, oggi principale sponsor di questa sinistra. Scalfari scrive che l’oligarchia è la sola forma possibile di governo. Ho continuato a leggere Scalfari anche nei giorni seguenti – vedete? Me le vado proprio a cercare – perché ha raccontato i suoi rapporti con Berlusconi negli anni ottanta. «Prima che entrasse in politica – racconta – avevamo un accordo: prima di scrivere qualcosa su di lui glielo avrei fatto sapere».

Guardate che non scherzo. Carta carta. Però non scherzate neanche voi: se costui ci è sembrato una voce di sinistra per vent’anni, qualcosa abbiamo sbagliato. Oggi provo a rinsavire. Leggo ancora l’Oligarchia, che nel frattempo si è specializzata nelle vergogne grilline: niente di male, se non fosse che i grillini hanno solo le briciole del potere e sarebbe più utile occuparsi di chi si divide le fette più grandi. Qualche soddisfazione però la trovo: il giornalista Carlo Bonini ha recentemente raccontato, sempre sull’Oligarchia, il sistema delle grandi opere italiane. Ha titolato “Tangenti su tutti gli appalti italiani”, giusto per essere chiaro.

Oibò, com’è possibile? L’Italia di Renzi, secondo l’Oligarchia, è un gran bel posto dove i problemi li danno i 5 Stelle, i frigoriferi e la sinistra d’epoca. Il fatto è che Bonini, fortuna sua, è un nerista: non è costretto a frequentare politici da mattina a sera e resta lontano dalle logiche mielose della grande stampa italiana. Rimane onesto, a costo di dare un dispiacere ai suoi stessi editori. Non dev’essere facile scrivere che nella luminosa era renziana le tangenti sono rimaste le stesse di sempre e anzi peggiorano. Ma evidentemente non fanno più lo stesso effetto ai lettori. Che non a caso hanno cambiato il modo di definirle. Ormai è normale sentirle chiamare “malcostume”. Così ci si scandalizza meno.

Ma vincere un appalto con le tangenti è roba da processo rapido e lavori forzati a vita, altro che malcostume. Perché oltre a rubare e tagliare fuori gente più brava, questo schifo porta risultati da gogna pubblica: ponti che non tengono, strade che nascondono rifiuti tossici, scuole che crollano alla prima scossa. Comunque sia, il bel pezzo di Bonini non ha spostato un sopracciglio a chi oggi si sente di sinistra e si fida del Pd. Qualche giorno fa, poco prima dell’ultimo terremoto, è arrivata anche la notizia (toh!) che l’Expo è stato gestito dalle mafie italiane. Interi padiglioni sono nati sotto il loro controllo. Fate due più due, per favore, tutti voi mentre mi ripetete che dire no alle Olimpiadi è stato un errore codardo perché la politica dev’essere in grado di fermare i ladri.

Ma lo usate il cervello? Scoprire che l’Expo è stato “gestito” dalle mafie non significa solo “preso in consegna”: significa ideato, sponsorizzato e deciso. Altro che scelta della buona politica e della brava società. Altro che rilancio dell’Italia e baggianate con cui i pro Expo ci hanno martellato le scatole per mesi. È così difficile capire chi spinge davvero per le mega esposizioni, le olimpiadi, i nuovi stadi? A me pare evidente: oggi non si ruba sulle grandi opere. Oggi si progettano le grandi opere per rubare.

Sempre nei giorni precedenti alle ultime grandi scosse di terremoto, i giudici avevano arrestato un’altra squadra di pezzi grossi in abito blu e figli di ministri. Tutta gente, dal figlio di Lunardi all’ultimo ladro, che non è arrivata dalla porta di servizio: sono i pezzi grossi pluridecorati e ammirati che decidono presente e futuro dell’Italia. Ma nei media avevano più spazio i frigoriferi di Roma. E anche nelle teste dei miei conoscenti, a dire il vero. Tutto questo dovrebbe portarci a una semplice consapevolezza: non è vero che si impara a rubare dopo aver ottenuto il potere. È esattamente il contrario. Chiunque oggi ottenga il potere, nella politica dei grandi partiti, lo fa per due ragioni: o ha già l’arte di rubare nel dna oppure è poco intelligente e quindi perfetto per eseguire ordini che nemmeno capisce.

L’arte di rubare non riguarda solo il denaro: si ruba anche visibilità, fama, potere da delegare ad altri. Si ruba qualcosa che spetterebbe ad altri. Qualcosa dovrebbe essere impiegato per migliorare, non per peggiorare ogni giorno di più. È per questo che le frasi fatte degli amici di sinistra mi suonano più sfatte che mai. Penso alle grandi classiche di questo periodo:

1) «I 5 stelle dovevano dire sì alle Olimpiadi a Roma (e alle grandi opere in generale) e avere la forza di fermare ladri e disonesti. È così che si fa ed è così che avremmo fatto noi»;

2) «Noi di sinistra siamo diversi: pur sbagliando, siamo comunque più onesti e migliori».

Enormi fesserie, alla prova dei fatti. Pensare di fermare i disonesti giocando al loro gioco è come sperare che bastino bravi arbitri per sanare il campionato di calcio italiano. Che può fare un arbitro quando le società sono già d’accordo sul risultato da tre mesi? La sola cosa sensata è uscire dal campo e dire “non gioco più”. Che equivale dire no a Olimpiadi, Expo, progetti e ricostruzioni criminali. I salti di gioia che facevano i criminali al tempo del terremoto dell’Aquila sono gli stessi che fanno nuovi e vecchi criminali oggi. Solo un po’ meno esuberanti.

Insomma, è giusto essere drastici, con tutto quel che comporta. Fermare tutto e ripartire da capo. Dedicare il tempo sospeso a scrivere regole nuove e soprattutto a farle rispettare. La stessa logica vale per quel “noi siamo migliori”. Non è vero, amici di sinistra, punto e a capo. Siete parte integrante dello stesso gioco, ormai pronti ad accettare tutto, convinti che basti la barba seriosa di Del Rio al posto della faccia rubiconda di Lunardi per pensare che le cose andranno meglio. Sbagliate, e diventate complici, a non capire che le cose non potranno mai migliorare finché vi limitate rispettate regole scritte su misura per ladri e criminali.

È per questo che il “tutti a casa” dei populisti, per quanto pressapochista e ingiusto, continua a essere più logico delle vostre spiegazioni. Perché le spiegazioni, alla luce dei fatti, crollano come i cavalcavia della Brianza. In tutto questo però, un colpo di genio la sinistra renziana l’ha messo a segno: il referendum. Ci voleva maestria per inventare qualcosa di assolutamente sconsiderato, eppure capace di riaccendere le vecchie emozioni per la politica e concentrare qui gran parte dell’attenzione. Poco importa, ai grandi ladroni di presente e futuro, che vinca il sì o il no (anche se fanno di tutto per favorire il sì, hai visto mai). Perché loro ci avranno comunque guadagnato, spostando l’attenzione, già piuttosto scarsa, da tutto il resto.

La sola cosa sensata che la sinistra dovrebbe fare, oggi, è un bel decalogo di regole precise che decidano cosa significhi essere di sinistra. Ne butto lì una, facile facile: evitare di regalare immunità, vedi l’ultima all’ex sindaco Albertini? Stabilire un limite ai guadagni personali? Rendere trasparente tutto, compresi i dialoghi con cui si decidono le sorti del paese?

Mi viene in mente quella scena dello spettacolo sul Vajont di Marco Paolini: la giornalista dell’Unità Tina Merlin che, all’indomani della tragedia, cerca di urlare le sue ragioni: «Noi lo avevamo detto, sono anni che diciamo che la montagna non avrebbe tenuto…» ma viene subito interrotta da tutti, i seriosissimi tutti perbene che le dicono: «Signora! Stia zitta e si vergogni! Fare polemiche per darsi importanza davanti a tutti questi morti! Signora! Il rispetto per i morti!». Pensate un po’ con che faccia mi trovo a scrivere queste cose con un terremoto fresco fresco. Serve dire che i furbi non sono cambiati, nemmeno qua, ma hanno solo imparato a non festeggiare al telefono?

(ph: Ettore Ferrari, Ansa da www.lettera43.it)