Suicidi in Veneto, il film di Cattani e l’inchiesta di Iannacone

Per non dimenticare il dramma dei “caduti” per la recessione, due lavori sulle storie di vita. Raccontate attraverso le immagini

I suicidi di imprenditori e lavoratori fino a un anno fa erano diventati il bollettino dei “caduti per crisi”. Poi, più niente o quasi. E sì che l’onda lunga dell’impoverimento è ancora in piena. A riprendere un tema forse colpevolmente rimosso sono da un lato, questa sera su Rai Tre, un documentario del giornalista Domenico Iannacone che inaugura la prima puntata della nuova stagione de “I dieci comandamenti”; dall’altro, il film “Cronaca di una passione” del regista toscano Fabrizio Marco Cattani, una pellicola basata sulle storie vere dei “vinti” del Nordest.

Stasera, al Lux di Asiago, Cattani incontrerà gli spettatori per uno scambio d’opinioni. Il regista ci tiene a precisare che il suo non è un film di denuncia, ma «di testimonianza rispetto ad un problema che tocca sì gli imprenditori, ma non solamente loro». Non è un caso infatti che i protagonisti del lavoro del carrarese, nato a Colonnata nel ‘67, «siano un esodato e la moglie, piccola imprenditrice veneta. Non è un caso che l’Istat ha volontariamente cancellato dalle sue statistiche i suicidi, segno evidente della volontà di chi ci governa di non mettere al centro dell’agenda un tema scomodo che di riflesso anche i grandi media nonché il cinema, quanto meno in termini generali, evitano di trattare con il dovuto riguardo». E nel leggere in filigrana la storia vicentina al centro del suo lavoro, il regista parla dei veneti come di «un popolo che a fronte di tante ingiustizie sugli ultimi fa fatica a elaborare il concetto di rivoluzione». Il film è stato prodotto grazie ad un «mezzo miracolo grazie al quale si è comunque riusciti a girare e a ultimare» una pellicola con tempi e budget ristretto: «solo 70mila euro». Il che non significa «che i film debbano essere girati low cost perché c’è il rischio tangibile che non si lavori per bene». E in questo senso si confida sperando per il futuro di avere a disposizione risorse «per un film sui moti rivoluzionari anarchici, che sono ben altra cosa rispetto a ciò che combinano i black block».

Iannacone invece, pur partendo dagli stessi problemi, si interroga se in terra veneta ci siano anche a livello embrionale quelle soluzioni che possano aiutare la piccola imprenditorìa a reagire agli effetti di «una globalizzazione violenta e non governata nonché da una crisi che dal 2008, annus horribilis del crac Lehman brothers, ha fatto perdere al Veneto il 13% di Pil reale». Iannacone (che attorno al 2010 aveva raccontato il Veneto della corruzione facendo assurgere il caso Arzignano «a paradigma nazionale di un certo modo malato» con cui fisco e impresa vanno a braccetto) parla di uuna regione «spaesata in cui anche una certa spocchia dovuta ai grandi profitti più o meno lecitamente accumulati, ha lasciato il posto ad un senso di angoscia dovuto ad una crisi che ha demolito tutta una serie di certezze, reali o illusorie che fossero». Di qui la “caccia” alle storie di piccole imprese che «stanno cercando di riumanizzare il rapporto tra prodotto e produzione, un rapporto disintegrato dalla rivoluzione industriale». Storie di imprenditori che riscoprendo «antichi saperi condividendo anche sul piano esistenziale il loro percorso con i dipendenti, ottenendo successi importanti grazie ad una qualità e ad una eccellenza che sono l’antidoto alla standardizzazione. Il Veneto non uscirà da questa crisi mettendosi a fare la concorrenza con i metodi del dragone dell’export massificato, ovvero la Cina». Ed è per questo che l’autore per la prima puntata della stagione ha scelto il titolo di “Rivoluzione industriale”. Sullo sfondo «un’intera classe dirigente» politica ed economica che «dimostra di non avere né la volontà né gli strumenti culturali per dare una mano».

Tags: , ,

Leggi anche questo