Adozioni gay, quanto sono “chic” quei preti così moderni…

L’uscita di don Pasinato a Vicenza è l’ultimo esempio di una tendenza di certa Chiesa a mettere da parte le verità di sempre. E anche la logica

Che nel mondo cattolico regni la confusione non è una novità e potrebbe ormai essere considerato, purtroppo, quasi normale. Decisamente meno normale, invece, è il fatto che siano i pastori stessi a seminare confusione. Come sembra aver fatto don Matteo Pasinato, responsabile dell’ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro il quale avrebbe recentemente aperto sia alle unioni civili («Non è questo che rende fragile o mette in pericolo il matrimonio») sia alla stepchild adoption («E’ un campo aperto di discussione. Non c’è però da parte mia una preclusione a priori»), cosa che francamente non può non colpire. Non solo, si badi, per il fatto che simili considerazioni – che il portavoce del vescovo, don Alessio Graziani, ha subito cercato di rettificare dicendo che non rappresentano «la posizione ufficiale della Chiesa vicentina» – paiono quanto meno incaute o contrarie a quello che il cattolico della strada, persona semplice e che non può vantare studi teologici, ha sempre pensato, ma perché esprimono una notevole fragilità già sotto il profilo meramente logico-razionale.

Anzitutto perché, se da un lato è vero che non è (solo) il riconoscimento di coppie dello stesso sesso a danneggiare il matrimonio – vengono molto prima fattori quali il divorzio, la contraccezione, la pornografia, tutte cose contro le quali molti pastori, non solo a Vicenza, non aprono bocca da tempo – dall’altro non si comprende come il fatto che il matrimonio venga parificato alle unioni civili possa non danneggiarlo: non è forse vero che, in questo modo, vengono iniquamente messe sullo stesso piano, sul piano morale ed educativo, cose molto diverse? E se invece è solo sentimento amoroso a contare e non il sesso di coloro che compongono un’unione, che cosa aspettano i pastori più all’avanguardia a tessere le lodi delle unioni poliamorose? Senza contare che, se io Stato riconosco le unioni tra persone dello stesso sesso, non posso che suddividere le già scarse risorse finanziare riservate alle coppie sposate per un numero superiori di nuclei, cosa che difficilmente può essere considerata un aiuto alla famiglia.

Il riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso cozza poi pure con l’insegnamento della Chiesa (cfr. Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni omosessuali, “Congregazione per la Dottrina della Fede”, 2003), ma non è il caso di sottilizzare, viste le perplessità emergenti già in una prospettiva meramente laica. Perplessità che riguardano anche l’apertura alle stepchild adoption seguita dall’affermazione secondo cui «avere un figlio non è un diritto». Com’è noto, infatti, a beneficiare di una legalizzazione di questa pratica – come anche don Graziani ha evidenziato, nella sua rettifica all’uscita del responsabile dell’ufficio diocesano per la pastorale sociale – vi sarebbero coppie omosessuali ricorse dell’utero in affitto all’estero e desiderose, con la cosiddetta adozione del figliastro, di regolarizzare la propria posizione consentendo anche all’altro partner che non è genitore biologico del bambino (la natura, questa retrograda, è ancora ferma all’incontro tra ovulo femminile e spermatozoo maschile) di divenire almeno formalmente tale. Quale dunque la logica di un’apertura alla stepchild da parte di coloro che pensano il figlio non sia un diritto?

Ammesso che esista, si tratta senza dubbio di una logica oscura o comunque troppo elevata per chi è ancora fermo, come chi scrive, a quel vecchio arnese chiamato ragionamento coerente. Senza voler dunque accusare nessuno – e pur comprendendo un certo imbarazzo da parte della curia berica dinnanzi alle fughe in avanti, per così dire, da parte di qualche illuminato – viene dunque da chiedersi quale sia la ragione per cui, lo si ripete, non solo a Vicenza, un numero sempre maggiori di sacerdoti ed educatori sostanzialmente avverte l’insopprimibile necessità di adeguare le proprie opinioni in campo morale a quelle del mondo.

Sono/erano proprio così brutti e cattivi gli insegnamenti che in campo etico la Chiesa ha impartito per millenni? E se non lo sono e non lo erano, che bisogno c’è – oltretutto su temi cruciali quali l’aborto, la provetta, le famiglia e la contraccezione – d’inseguire, come sempre più spesso avviene in ambito cattolico, le opinioni della cultura dominante? E’ perché fa chic, perché dà la gioia di sentirsi uomo al passo coi tempi, o perché c’è timore di ripetere e testimoniare le verità di sempre? Se è ancora ammesso, ovvio, porsi delle semplici domande.