Referendum, ecco perchè Renzi vince anche se perde

Le tre fasi della campagna del premier suggeriscono che il saltimbanco di Palazzo Chigi sia tutto tranne che fesso

Nella campagna referendaria di Renzi non è difficile distinguere tre fasi distinte. Nella prima il motivo dominante era: se vince il NO torno a casa mia, a Rignano. Quando gli hanno fatto notare che, forse, rendersi bersaglio tirava i colpi di tutti, allora cambiò registro, dicendo che no, aveva sbagliato a personalizzare la campagna elettorale, lasciando però nel vago cosa avrebbe fatto in caso di sconfitta. Negli ultimi giorni ha corretto ancora il tiro. Ha ricominciato a dire che lui non è il tipo da star lì a vivacchiare, a fare accordi pur di rimanere restare a galla. Ma di tornarsene a casa non parla più. Rignano può attendere.

Come leggere queste tre fasi? Tutti solo errori di comunicazione? No, non credo. L’uomo è un po’ un saltimbanco, ma fesso sicuramente non è. E poi è ampiamente consigliato e protetto. La comunità internazionale ha puntato su di lui per riportare l’Italia dentro le sponde di un capitalismo maturo. E allora? Allora, secondo me, le tre fasi rappresentano la ovvia reazione alle previsioni sull’esito del confronto referendario. All’inizio Renzi era sicuro di poter vincere. Bastava giocarsi bene la campagna elettorale, scegliere il messaggio giusto e la vittoria era a portata di mano. Ecco allora che Renzi si gioca l’asso. Se mi volete, votate SÌ, se votate No, mi perdete. Tornerò, novello Cincinnato, ai miei campi.

Poi ha capito che la vittoria non era così scontata e che personalizzare il risultato aveva compattato e dato fiato a tutti coloro che avevano interesse a mandarlo a casa. Così cominciò a dire che il problema non era la sua persona, che votando NO non avrebbero potuto ugualmente liberarsi di lui. Sperava, in questo modo, di ridurre l’entusiasmo di tutti coloro che si era impegnati perché avevano intravisto una ghiotta occasione di liberarsi una volta per sempre di Matteo Renzi.

E l’ulteriore cambiamento? Ecco, a mio parere, Renzi si è convinto che, a meno di un miracolo del tutto imprevedibile, il NO ha già vinto. Cercare di spersonalizzare non è servito a gran che. Anche dalla sconfitta, però, è possibile ricavare qualcosa di buono. Ripersonalizzando la campagna referendaria, incentrandola su di sé, Renzi, di fatto, si appropria di tutti i SÌ che verranno espressi. Il SÌ avrà un solo padre, il No sarà figlio di nessuno, o meglio, di cento padri in guerra tra loro.

Se il SÌ supera vistosamente il 40% dei voti presi alle Europee, già in parte persi per strada, quel blocco di voti, quindi di elettori, di associazioni, di corpi intermedi, sarà di Renzi e solo suo. Mettiamo un 45% dei voti, mettiamo magari ancor di più, quello è lo zoccolo duro attorno a cui, per qualche mese o per qualche anno (dipenderà dall’abilità con cui verrà gestito) dovranno imperniarsi gli equilibri politici italiani. L’unico problema, quindi, è vedere se Renzi riuscirà a mantenere unito il grosso del Partito Democratico, se riuscirà a impedire la diaspora dei molti che sono passati con lui solo perché guidava il carro del vincitore. Sarebbe comunque un leader sconfitto, qualcuno dirà. Certamente, e quindi meno arrogante e meno indisponente. Il solo, comunque, con un blocco di voti, a lui riferiti perché la scelta e la campagna sono state sue, di una consistenza abissalmente lontana da quella degli altri.

Chi sarebbero poi i vincitori? Grillo, Salvini, Meloni, Berlusconi, Cesa, D’Alema, Quagliariello, De Mita, Cirino Pomicino? I più saggi ed esperti dei quali sono generali in pensione senza più neanche l’attendente, e quelli che i voti li hanno sono più o meno pazzoidi impresentabili? Con Berlusconi che non vede l’ora di rifare il patto del Nazareno con il suo amico Matteo? Se le cancellerie europee convinsero Mario Monti, che in politica aveva il diploma di scuola materna, a presentarsi alle elezioni, credetemi, non avranno difficoltà a convincere Renzi a stare ben lungi da Rignano.