Popolari venete, la stretta via dei risarcimenti

I risparmiatori vogliono capire se e quanto riusciranno a recuperare dei soldi bruciati. Ma la strada è in salita. Ecco perché

La debacle della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca è una ferita che continua a sanguinare. I soci azzerati, raggirati, scavalcati e in ogni caso danneggiati, nelle tasche e nella loro vita quotidiana (con suicidi, anziani in crisi finanziaria e psicologica, famiglie che hanno perso i risparmi di una vita, imprese travagliate da un buco imprevisto) sono tormentati dal dubbio se mai rivedranno almeno una parte dei soldi evaporati. E’ la questione dei risarcimenti: ovvero quegli accordi extragiudiziari in cui la banca riconosce un tot al socio che si ritiene turlupinato. Il quale in cambio garantisce di non agire civilmente in giudizio.

Per quanto riguarda la Popolare di Vicenza, durante il rovente convegno al Teatro Comunale di Vicenza di sabato 26 novembre è stato il presidente dell’istituto Gianni Mion a mettere il bollino dell’ufficialità sulle voci che già da tempo si rincorrevano sui media: «C’è la necessità di giungere ad una transazione in bonis per cui si mettano a posto i contenziosi passati… una transazione con i vecchi azionisti per essere avvicinati da investitori nuovi, perché il fondo Atlante ha già dato e ha altri soldi ma non tutti quelli che servono». E ancora: «Fra poco andremo a pubblicare una offerta. Una proposta con una cifra per azione, cui però dovrà aderire almeno l’80% degli azionisti. Solo così potremo cercare soldi per la nuova banca». Di seguito vengono identificate dal presidente tre categorie di massima: «azionisti retail, clienti scavalcati, clienti con particolari esigenze sociali».

È il passaggio chiave per capire quanto spazio ci sia per un ristoro, quanto meno parziale, della perdita di valore della azioni passate in pochi mesi da 62 euro a 10 centesimi. Decrittate con un po’ di malizia, le parole di Mion suonano più o meno così: i soldi per le intese risarcitorie ci saranno, sempre che Atlante ce li metta o che ad Atlante si affianchi qualcun altro. Durante l’assemblea di sabato la socia Annamaria Toniolo ha posto il problema dei «tavoli di conciliazione», una forma ancora diversa che prevede un confronto, posizione per posizione, presso un ente terzo, il conciliatore bancario, che si muove su tre filoni principali: mediazione, giurì bancario, arbitrato. Per molti risparmiatori si tratta di procedure sì extragiudiziarie, ma proprio perché prevedono un confronto tra il singolo e la banca, i tempi o gli esiti non sono poi così certi.

Atlante, come noto, l’azionista quasi unico della BpVi e di Veneto Banca: un pool di investitori privati, banche in primis, con una presenza non secondaria del pubblico, creato su impulso del governo Renzi per salvare le banche italiane sull’orlo del fallimento. Ma in che misura l’operazione Atlante potrà salvare il salvabile senza puntare troppo alla remunerazione del capitale, cioè a fare profitto? In questa fase, nonostante i risparmiatori siano sensibilissimi a queste informazioni, della cosa si poco o nulla.

C’è tuttavia un dato incontrovertibile, rintracciabile nelle parole dure ma chiare del numero uno di Atlante, Alessandro Penati, a fine aprile: «Atlante non è una pattumiera che socializza le perdite delle banche. Non è nato per questo. Se si perde la logica del rendimento, da potenziale circolo virtuoso diventa invece un circolo vizioso e le banche stesse non ne trarrebbero alcun beneficio». E di rincalzo a metà ottobre: «Saranno i cda di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca a decidere sui tagli al personale, ma i cost-income ratio», ovvero il rapporto fra i costi di natura operativa e il margine di intermediazione dei due istituti di credito, che «sono troppo elevati e insostenibili».

Ora, se si combinano le dichiarazioni di Mion con quelle di Penati, e le si mettono assieme alle indiscrezioni trapelate sui media che parlano di rimborsi amichevoli che oscillano tra il 10 ed il 20% del prezzo del titolo, allora emerge abbastanza chiaramente che questa via si potrebbe concretizzare solo a tre condizioni: uno, la sopravvivenza della banca; due, il supporto di altri capitali, meglio se esterni al recinto di Atlante (pubblici?); tre, una sforbiciata dolorosissima ai dipendenti delle due banche, che diverrebbe ancor più dolorosa in caso di fusione.

C’è poi il capitolo che concerne l’azione di responsabilità contro gli ex vertici, da Gianni Zonin e Vincenzo Consoli in giù: «Nel rispetto della legge tutto quello che sarà incassato sarà devoluto agli azionisti», ha promesso Mion sabato scorso. Quanto questo percorso sia lungo e soprattutto quanto gettito porterà (probabilmente appena qualche milione, una inezia a fronte dei 117 mila soci di BpVi “svalutati”) è un punto di domanda. Sul versante di Veneto Banca, l’attuale amministrazione sembra intenzionata in partenza a restringere la platea dei soggetti potenzialmente aggredibili. Tant’è vero che sarebbero stati lasciati in pace i membri del collegio dei revisori dei conti, un organo che pure avrebbe avuto dati e poteri per mettere in guardia chi di dovere. Ad ogni buon conto Massimo Lanza, da poco presidente di Veneto Banca (in foto), lo scorso 18 novembre, giorno della assemblea dei soci in cui si è data luce verde all’azione di responsabilità, si è impegnato in modo categorico: «Si tratta di un iter molto complesso… se non si fa bene questa preparazione il rischio è che l’azione di responsabilità la si perda».

Infine, la partita delle inchieste penali su aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza bancaria, condotte a Vicenza per la BpVi e a Roma per Vb. La prescrizione incombe, la mole di lavoro è ragguardevole. Dalla procura di Vicenza trapelano indiscrezioni (Corriere del Veneto del 29 novembre) secondo le quali un primo troncone del procedimento, che coinvolge circa 4 mila parti offese, potrebbe portare al processo già dalla primavera del 2017. E l’ultima, di quest’oggi, parla di una domanda di trasferimento del procuratore capo Antonino Cappelleri: venisse accolta, al di là delle ipotesi che si possono formulare sulle motivazioni della possibile uscita di scena, determinerebbe un rallentamento tecnico nelle indagini, dovendo individuare un altro giudice per sostituirlo. La ferita BpVi è ben lungi dal rimarginarsi.