Post-verità, o la falsità al potere

Uno spettro si aggira per il mondo. E non si sa più se ribellarsi è giusto. E soprattutto: ribellarsi a cosa?

Uno spettro si aggira per il mondo: è la post-verità. Il boom è stato così potente tanto da essere eletto vocabolo del 2016 nientemeno che dall’autorevole Oxford English Dictionaries, l’Accademia della Crusca d’oltre Manica. Quando, nel formare l’opinione pubblica, l’emotività e le credenze personali sono più influenti dei fatti oggettivi ci stiamo riferendo ad una circostanza in cui la verità perde la propria importanza rispetto ad altri fattori più determinanti per ottenere il consenso. Tecnicamente, si tratterebbe di un adattamento nostrano dell’anglismo post-truth apparso per la prima volta su The Nation nel 1992. Dopo essere circolata per qualche decennio tra gli addetti ai lavori – c’è una modesta letteratura sulla politica della post-verità – la parola ha acquisito notorietà in seguito agli eventi più sconvolgenti (insieme ai decessi di svariate rockstar) dell’anno che sta per finire: la Brexit e l’elezione di Trump.

È il declino del neoliberalismo? Si può parlare di trionfo dei populismi (parola che da negativa, per qualcuno sta cominciando a diventare positiva)? La risposta ad entrambi i quesiti è sì, ma la post-verità ci dice di più. In sostanza, ogni operazione di fact-checking tesa a smentire le dichiarazioni inesatte o mendaci di questo o quel leader si rivela inefficace qualora la menzogna sia pronunciata con la carica emotiva giusta. Per l’elettore americano, evidentemente, non è stato rilevante che Donald Trump quanto sia stato più o meno bugiardo della sfidante Clinton. Allo stesso modo, per i Brexiteer (neologismo nuovo di zecca) era secondario soffermarsi sulla veridicità delle argomentazioni di Nigel Farage & C o dei loro avversari. Tra la verità e le bufale non c’è alcuna differenza. Ciò che è veramente importante è la capacità di un messaggio di auto-amplificarsi, di diventare un meme di successo.

Che sia soft-power o fascinazione, la post-verità dilaga anche in Italia. Travolto dall’esito del referendum costituzionale, il premier Matteo Renzi ha annunciato le proprie dimissioni. In appendice, molti hanno avuto modo di ascoltare il monito dell’oramai ex presidente rivolto ai cronisti presenti in sala stampa: «Vi chiedo, nell’era della post-verità, nell’era in cui in tanti nascondono quella che è la realtà dei fatti, di essere fedeli e degni interpreti della missione importante che voi avete e per la vostra laica vocazione». Solo pochi, perlopiù addetti ai lavori o i più informati, avranno colto in pieno il contenuto di tale affermazione.

Ma è stato sufficiente attendere una manciata di giorni ed ecco che la parolina magica riappare nel lessico politico italiano. Luogo: Camera dei Deputati. Soggetto: Paolo Gentiloni. «La politica e il Parlamento sono il luogo del confronto dialettico, non dell’odio o della post-verità». In effetti, solo pochi minuti dopo tale discorso è diventato quasi virale il meme che citava testualmente: «Necessario che gli italiani facciano dei sacrifici, o non usciremo mai dalla crisi». Ovviamente falso.

E’ lunga la lista di termini il cui prefisso post- è indice di indebolimento di un concetto forte. Post-modernità, post-industriale, ecc. È come se una mattina andassimo ad ordinare un caffè post-caffeinato perché decaffeinato è diventato demodé. Eppure, sin dai tempi più antichi, qualsiasi dibattito politico è stato caratterizzato dallo screditamento dell’avversario. Che siano i Clinton, i Remain britannici o i Yes-man italiani sarebbe opportuno evitare di delegittimare le controparti-vincitrici come testimonial di un mondo bugiardo.

Per molte professioni è già da parecchi anni che l’autorevolezza intellettuale è messa in discussione dall’abbondanza di informazioni, ma per le attuali e future classi dirigenti si tratta di un fatto nuovo e potenzialmente devastante. Forse ribellarsi alla verità è solo un goffo tentativo di rivolta contro ogni potere che si autolegittima attraverso la freddezza del fact-checking, anziché scaldare i cuori. In tal caso, nel mondo della post-verità ogni forma di opposizione dovrebbe scendere in piazza con un naso lungo come quello di Pinocchio. In fondo, quella realtà è molto simile al Paese dei Balocchi.

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