Natale a Londra, la quinta città italiana

Racconto di una notte della taranta oltre i confini

Ormai quando sento parlare italiano non mi giro più. Ed è una sensazione strana visto che succede sempre se viaggi o vivi all’estero, è una sorta di richiamo inconscio, riconosci subito l’accento dunque la provenienza, mille associazioni di pensieri vengono fatte e poi il suono familiare si allontana. A Londra invece, dove vivo, non si allontana mai. Nelle scale mobili della metro, in attesa al semaforo, entrando in un negozio, chiedendo un caffè al bar. Nei supermercati. Qui inizia la lamentela al telefono con qualcuno che sta sera mangerà meglio di noi.

L’atmosfera natalizia trasforma la città, che diventa ancora più bella. Gli Angeli di Regent Street, le sfere di Oxford Circus, i grappoli di Covent Garden. Sì, nonostante il “piove sempre” –non vero- e il “fa freddo” – 12 gradi a dicembre- Londra è bella e viva. Il Natale, i turisti, i mercatini. Ha posto per tutti e lo stereotipo più vero è proprio che si vive come parte di un grande Melting Pot che ha trasformato questa città e i suoi quartieri. Caraibici, pakistani, egiziani, brasiliani, giapponesi, indiani, colombiani, italiani. Siamo tantissimi e c’è spazio (ancora) per tutti. Per la fretta dei banchieri, le tasche bucate degli studenti, i fondi (s)perduti dei ricercatori, la fantasia dei designer, la pigrizia dei perditempo, e progetti che solo qui possono vedere la luce. Come, per esempio, un gruppo di danzatori e musicisti pugliesi, che hanno deciso di esportare e vivere della cosa più difficile: la loro cultura, alias “pizzica e tarantella”.

È un sabato sera di dicembre, il cielo è terso come non capita molto spesso e c’è una generale euforia nell’aria. Un locale di East London, a Whitechapel, accoglie questi giovani e pazzi italiani. Prendiamo i biglietti in anticipo ed evitiamo il tutto esaurito all’entrata, come previsto. A Londra c’è stato il sold-out per la pizzica. Di per sé è già una notizia. E si ripete ogni primo sabato del mese.

L’evento inizia alle 20.00, ma l’organizzazione è italiana e l’orario effettivo inevitabilmente si sposta. Alle 21 il locale Jamboree è pieno, gonne nere e rosse svolazzano nella pista improvvisata al centro del locale, mentre sul palco si preparano i musicisti. Qualche parola introduttiva in inglese, ma poi l’italiano prende il sopravvento, nemmeno se lo parlassimo tutti alla perfezione saremmo in grado di tradurre l’entusiasmo di questa serata.

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Ballano, suonano, cantano. La donna con il flauto, il ragazzo con il tamburo, la ballerina. Non so i loro nomi, ma ricordo benissimo i loro volti. E i loro strumenti musicali, alcuni mai visti prima. Allegri, felici, contagiosi con il pubblico italiano che raccoglie il ritmo e risponde. C’è qualche inglese nella mischia e lo noti subito. È fuori tempo, e fuori dalla nostra storia di danzatori e ritardatari. Una ragazza bionda e inglesissima ci dà una gomitata per passare “avanti”, pensa che ci sia la fila e un palco a cui si può avvicinare. Non ha capito che la coda è quanto di più sconosciuto ci sia per noi, qui c’è un miscuglio di forze concentriche verso la pista da ballo, tutti sono ballerini e tutti sono spettatori.

Poi c’è lui, anzi ci sono loro. Ce li presentano appena inizia la serata, hanno un tavolo d’onore. O meglio, sono gli unici ad avere un tavolo. 70 anni a testa, sposati da oltre 40, direttamente dal loro Salento per ballare la pizzica. Lui rimane in pista per almeno un paio d’ore, è il più bravo, sembra che stia volteggiando nell’aria, ha la grazia d’altri tempi. Scambiamo due parole, accento salentino stretto, bello, vero. Fatico a credere a tutta quella massa che si muove su suoni di una musica antica del sud Italia. Quasi mi dimentico di essere a Londra. Ma correggo subito l’associazione mentale, solo qui possono succedere queste cose.

La serata finisce quando stiamo ancora tutti ballando. Chiamiamo un uber per tornare a casa, arriva un ragazzo di origini pakistane al volante e non appena ci sente parlare commenta, “lot of Italians in London”. Già, siamo proprio tanti: la quinta città italiana per numero di abitanti, diceva un articolo di qualche anno fa.