“Nero Cemento”, i non-scrittori della Vicenza oscura e misteriosa

L’autore Fagarazzi: «continuavo a vedere i volti soddisfatti degli amministratori della nostra città. In realtà, se scavi, non è così»

Se qualcuno ancora pensa che il 13 porti sfortuna, non ha capito niente. «C’era questo numero che mi ronzava testa da un po’. Sapevo di doverci fare qualcosa, ma non volevo farla da solo», racconta Massimo Fagarazzi. Tutta colpa della musica, “Thirteen” nella versione di Johnny Cash. Che gli ha portato bene, pare. Tredici sono infatti gli autori – si badi bene – non-scrittori del nuovo romanzo del vicentino Fagarazzi (parentesi personale: la prima volta che ne ho sentito il cognome ho pensato fosse un parente storpiato dell’illustre concittadino Fogazzaro, secondo solo al sempiterno Palladio – d’altronde, le vie del centro di Vicenza “le xe do in crose“, non dev’essere stato difficile quella volta, darne titolazione. E se una doveva essere per l’Archistar, la seconda…tac).

Torniamo al libro. Dovremmo piuttosto parlare di laboratorio di scrittura creativa, perché così nasce “Nero Cemento”, un’antologia di racconti uscita a dicembre 2016 per la casa editrice Nerocromo. Il colore ritorna, manco a farlo apposta. Quindici storie che raccontano cosa c’è dietro le eleganti vetrine della città veneta patrimonio dell’Unesco (ancora per poco?). Nero Cemento racconta una «Vicenza che si colora di oscurità e mistero. Le strade fanno da sfondo a episodi surreali, a incubi urbani, a vicende grottesche in cui traspare il vero volto della città: il volto di un luogo contraddittorio e incerto», spiega Fagarazzi. «Il libro è dedicato al vicentino medio, che poi in realtà potrebbe essere un tipico abitante del Nordest», continua. Il collettivo artistico mette nero su bianco una fusione giallo-comica fortemente legata ai luoghi della città e alle storie che portano con sé. Storie dal finale amaro, che raschiano la gola.

«Continuavo a vedere alla televisione i volti soddisfatti degli amministratori della nostra città. Tutto bello, tutto pulito, tutto perfetto. Un bel salottino. Tuto n’dava ben. In realtà, se scavi in fondo, Vicenza non è così, come non lo è il Nordest, come non lo è l’Italia». Ed ecco che i temi dei racconti sono primo piano e sfondo tra i personaggi inventati. Borgo Berga e l’abuso edilizio, le basi militari Usa, per citarne solo alcuni. «Il contesto è anche quello dello scandalo della Banca Popolare», precisa. Meglio deglutire. Sconcertante: così lo ha definito Salvatore Lucifero. In questo intreccio di realtà e finzione, Nero Cemento vuole «ribaltare la comune percezione delle cose, esprimendo l’inquietudine del presente industriale e del destino di cemento». Detta così verrebbe da correre veloci veloci verso la lametta sul lavandino di casa, e zac. Eppure, fa ridere, tanto. E, non poteva essere diversamente per un’antologia di racconti che nasce come gioco.

«Inizialmente ho selezionato sei non-scrittori vicentini chiedendo loro di scrivere un racconto misterioso ambientato a Vicenza», precisa Fagarazzi, «alcuni li conoscevo direttamente, come Giovanni Todescato, altri solo superficialmente, come Petra Cason. Ognuno di loro non conosceva l’identità degli altri. Avevano anche un altro compito: coinvolgere un altro non-scrittore vicentino nell’impresa. Durante la revisione, a identità svelate, ho chiesto ai vari autori di inserire nelle loro storie un dettaglio, un luogo che provenisse da quello degli altri racconti». Un gioco ad incastri, a creare il senso di collettività. Perché questo non? «La scelta viene da Fluxus, un movimento non-artistico, meglio dire anti-artistico che nasce dal Dada: il fare arte senza definirsi arte». C’è chi a questo punto urlerebbe radical, forse. Forse. «Volevo che gli scrittori fossero tali nell’animo, più che nella vita». Non-scrittori, punto.

Quindi ecco Volkman, il filosofo perdigiorno che cerca il cuore di Vicenza, là sulla via principale, «nel punto dove una volta si trovava l’edicola». O, Flor innamorata del misteroso Architetto con i faldoni del progetto per il Nuovissimo Tribunalissimo. Non mancano i riferimenti ad Asiago e le stelle, alle notti balorde del Miralago, a Fimon. Ancora, la reinterpretazione a colpi di mazzuola del delitto di Via Cialdini, a Monte Berico, sulle note della Grande Fuga, con “Ludovico Van, in cuffia”. Che, nella storia vera – 1982 – il martello c’era e Ludwig, pure.

«Ognuno ha il proprio ruolo», prosegue Fagarazzi «e la responsabilità è una cosa che si forma, nasce con la conoscenza, utile ad aprire la visuale. Poi spetta solo a te assumere atteggiamenti utili alla società». Leggo le avvertenze, all’inizio del volume. «Questo romanzo è utile per il trattamento sintomatico di noia, irascibilità, apatia, dipendenza da smartphone e internet, disturbi dell’umore, dolori del giovane Werther, alienazione da centro-commerciale, per la terapia sintomatica degli stati allucinatori indotti dalla società post-industriale e per le sindromi del lunedì mattina». C’è tutto. Ludwig in cuffia, e via.