Una democrazia può essere democratica se i partiti non lo sono?

La gestione padronale ne ha inquinato la vita interna. Violando lo spirito dell’articolo 49 della Costituzione

La Costituzione italiana, che per consolarci amiamo definire la più bella del mondo, all’art. 49 recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Fin dai lavori della Sottocommissione si pose il problema: il metodo democratico doveva valere all’esterno, nella competizione elettorale, o anche all’interno dei partiti, nella scelta dei programmi e nella selezione della classe dirigente?

L’on. Togliatti, sapendo bene qual era e com’era il suo partito, si oppose subito alla seconda interpretazione con questa argomentazione: «Domani potrebbe svilupparsi un movimento nuovo, anarchico, ad esempio. Io mi domando su quali basi si dovrebbe combatterlo. Sono del parere che bisognerebbe combatterlo sul terreno della competizione democratica, convincendo gli aderenti al movimento della falsità delle loro idee. Ora non si potrà negargli il diritto di esistere e di svilupparsi, solo perché rinunzia al metodo democratico».

Cicero pro domo sua, potremmo dire. Sta di fatto che i padri costituenti decisero che non era opportuno interferire nella vita interna dei partiti, a meno che essi non mettessero in atto azioni censurabili in base al Codice penale. La cosiddetta Prima Repubblica, pertanto, procedette con un sistema partitico in cui il maggiore partito di opposizione non era democratico all’interno e, per giunta, si riproponeva l’instaurazione della dittatura del proletariato che, nei Paesi del socialismo reale, aveva portato a feroci dittature.

E ora? Ora che non sappiamo più in quale Repubblica siamo? Se nella Seconda, o nella Terza, o nel passaggio tra la Seconda e la Terza, o addirittura in procinto di riprecipitare nella Prima, la situazione qual è? Qual è la situazione per quanto riguarda la democrazia interna dei partiti?

Tutta la Seconda Repubblica è stata caratterizzata dalla prevalenza di partiti padronali, sostanzialmente non democratici per quel che riguarda la vita interna. Forza Italia è sempre stata un partito-azienda. La selezione della classe dirigente scendeva dall’alto invece di salire dal basso. Nella Lega bossiana ogni dissenso veniva sanzionato con il metodo sbrigativo della espulsione. Se parliamo di militanti, in giro per il Nord Italia rischiano di esserci più espulsi che iscritti. Stesso discorso si può fare per i minori, i Fini, i Di Pietro e simili, per non parlare poi degli effimeri, quei partiti che durano lo spazio di una legislatura o frazioni di essa.

Per il consenso che è ancora in grado di raccogliere, particolare preoccupazione dovrebbe destare il Movimento 5 Stelle, gestito autoritariamente da un’agenzia pubblicitaria tramite un comico stralunato che si è riservato il diritto di vita e di morte (per il momento solo politica) di ciascuno dei militanti. Rimane il Partito Democratico, con i suoi congressi e le sue primarie. E con una minoranza interna che ormai da mesi si comporta come un partito autonomo, addirittura con asprezze che mal sarebbero tollerate in un partito alleato.

Il problema è: può una democrazia essere vitale e in salute se i partiti che la innervano non sono democratici? A questo proposito forse è bene rifarci a quello che diceva, durante i lavori dell’Assemblea costituente l’on. Ruggiero: «… non sarebbe giusto tutelare e garantire il diritto di libertà di associazione nei confronti di coloro che spontaneamente, con una forma di cosciente, volontaria, deliberata abdicazione, vi [cioè al metodo democratico] avessero rinunciato, sia perché non si avrebbe alcuna garanzia di democraticità da parte di gruppi di persone le quali difficilmente potrebbero rinunciare al metodo antidemocratico una volta che avessero adottato il principio della antidemocraticità nella struttura interna, cioè nei confronti di se stessi, quasi contro se stessi».

In altre parole: «… se si riconosce che una formazione sociale è antidemocratica, … [essa] costituisce una minaccia immanente all’apparato democratico della vita nazionale». No, non gode di buona salute la nostra democrazia, e il sintomo più preoccupante è che della democraticità della vita interna dei partiti non sentiamo quasi mai parlare, come se si trattasse di una caratteristica secondaria e ininfluente, quando non un fastidio. No, non siamo messi bene.