Il tribunale di Vicenza, quel nastro trionfale e i carrarmati di Mussolini

Cerimonia in pompa magna per l’insediamento definitivo del Palazzo di Giustizia a Borgo Berga. Ma guai a parlare del “lato oscuro”…

Durante il fascismo circolava la voce che i gerarchi locali, per mostrare al Duce in visita nelle loro città una potenza militare che non c’era, facessero spostare da un luogo all’altro i carri armati e i pezzi d’artiglieria, che invece erano sempre gli stessi. Un’altra versione attribuisce allo stesso Mussolini il comico stratagemma nelle tappe del viaggio di Hitler in Italia, così da rassicurare il diffidente alleato tedesco (ma non i suoi generali, che sapevano benissimo la consistenza ridicola del nostro esercito). Sia come sia, questa quasi barzelletta potrebbe calzare per la cerimonia di sabato 14 gennaio a Vicenza, dove il sottosegretario alla giustizia, Cosimo Maria Ferri (in foto), ha benedetto con parole trionfali il definitivo insediamento della cittadella giudiziaria nel tribunale di Borgo Berga: «Il tribunale di Vicenza deve essere preso a modello da esportare: il risultato di un gioco di squadra che ha coinvolto anche il volontariato e la società civile; una giustizia più vicina al cittadino e più umana; una voglia di fare che ha portato a risultati concreti, come la diminuzione del contenzioso civile, e che potrà contare anche su 8 ulteriori magistrati».

Al povero Ferri devono aver esposto una realtà di fantasia, o quanto meno a metà. L’edificio è all’interno di un’area, quella del piano urbanistico ex Cotorossi risalente al 2003, che il gip vicentino Massimo Gerace ha accusato di lottizzazione abusiva: «mancano i bacini di laminazione e lo studio di compatibilità idrogeologica», ha scritto il consulente della procura Federico Verderi. L’indagine ha portato ad un sequestro parziale, ma solo del lotto dove i lavori non sono mai iniziati, non sulla parte dove il privato (Sviluppo Cotorossi, leggi Maltauro) ha cominciato il cantiere. Gli indagati sono arrivati al significativo numero di 18: oltre al direttore generale del Comune, Antonio Bortoli (per abuso d’ufficio, cioè una sproporzione a favore del privato di 11,7 milioni di euro di cui bisognerà capire le ragioni, e lottizzazione abusiva: ma per il sindaco Achille Variati, maestro di pantomime, può restare dove sta), Lorella Bressanello, ex capo dipartimento del Territorio, Bruno Soave, già direttore amministrativo dell’urbanistica, Franco Zanella, ex dirigente dell’Urbanistica, Riccardo Ciardullo, amministratore di Fin.Vi. (la ex società proprietaria dell’area che faceva riferimento al gruppo Berlusconi: qui un approfondimento di Vvox), l’architetto Goncalo Byrne assieme ai progettisti Stefano Dal Masso, Paolo Antonio e Chiara Balbo, Alberto Liberatori, Enzo Cascioli, l’ex presidente del Gruppo Maltauro, Gabriella Chersicla, Lelio Pietro Sottotetti, Enrico Maltauro, Gianfranco Simonetto, Gianfranco De Vicari, Norberto Moser, e infine, come atto dovuto, Paolo Dosa, presidente di Sviluppo Cotorossi.

Crepe, cedimenti e infiltrazioni hanno più volte destato scandalo, e il Comitato Anti-abusi (che con Legambiente e Italia Nostra, assieme al M5S sul versante politico, non smettono di dare battaglia sul fronte legalitario e ambientale) sostiene che, semplicemente, non si doveva costruirlo lì, il nuovo tribunale: «non ha fondamenta, ma poggia su una piattaforma di cemento armato adagiata su un terreno poco stabile, perché compreso tra due fiumi. La costruzione, cosiddetta a platea, era stata decisa perché il terreno dove sorge il Palazzo di Giustizia è inquinato, e infilarci dei piloni avrebbe spinto gli inquinanti in falda. Il buon senso avrebbe suggerito di costruirlo in area più sicura, oltre che non inquinata». Non bastasse, dalle carte risulta non in regola col permesso di costruzione, checchè ne dica l’assessore all’edilizia provata Pippo Zanetti. Infine, manca pure dell’indispensabile certificato anti-incendio da ben cinque anni: un requisito che, se dovesse mancare ad una qualsiasi ditta privata, farebbe scattare l’immediata chiusura.

Ma per gli astanti all’alzabandiera di sabato (c’era tantissima bella gente, che non si fa mai mancare un rito a favore di flash e telecamere) tutto va bene madama la marchesa. Per carità, l’invio di nuovi magistrati per rimpolpare l’esangue organico, l’auspicio del governatore Zaia per un task force dedicata all’inchiesta-monstre sulle banche popolari, il futuro aumento di produttività per la sede unica (quella vecchia e cadente di Santa Corona ha chiuso i battenti il mese scorso) e per la digitalizzazione dei fascoli cartacei, sono tutti punti positivi da sottolineare. Ma a condizione di non dimenticare il resto. Il procuratore capo Antonino Cappelleri un accenno lo ha fatto, parlando di «polemiche di tipo urbanistico e ambientaliste che interessano il plesso degli uffici». Polemiche? Un’indagine della sua stessa procura non pare possa essere definita un po’ riduttivamente come “polemica”. O dovremmo liquidare così anche i fari accesi dall’Autorità anti-corruzione (su esposto del senatore pentastellato Enrico Cappelletti)? Così come non è proprio il caso di parlare di “modello da esportare”, a meno di non coltivare il sogno perverso di tribunali a rischio allagamento, che cadono a pezzi, presunti abusivi e che non garantiscono l’incolumità di chi ci sta dentro. Ma che volete farci: siamo il Paese di Sottosopra, come scriveva Giorgio Bocca. A noi la verità piace al contrario. Meglio: solo mezza, altrimenti si rovina l’atmosfera da taglio del nastro. Non sia mai.