Clickbait, la caccia senza vergogna (pure sul Corriere!)

Il giornalismo digitale nelle testate tradizionali è troppo spesso una sfida al ribasso a chi attira più lettori con banalità e violenza

Notizie del giorno di domenica 15 gennaio 2017. Le leggo sulla newsletter recapitata quotidianamente – verso metà giornata – per posta elettronica agli abbonati della versione digitale di una testata nazionale. Assai più di metà riguarda contenuti che il suddetto abbonato ha già letto sfogliando il giornale sul “tablet”: intervista a Berlusconi, intervento del sindaco di Milano, Sala, sulla crisi italiana, i decreti attuativi sulle unioni civili, quelli sulla riforma della scuola. Poi sotto con la nera, anch’essa già sul cartaceo: dettagli su un delitto a Milano, “sèguito” (come si dice in gergo) del duplice omicidio nel Ferrarese, che vede accusati il figlio sedicenne della coppia ammazzata e un suo amico.

Domenica scarsa di notizie, succede. A mezzogiorno, su dodici che ti propongono come fresche fresche, otto le trovi stampate all’edicola più vicina. Ma se ti limiti alla newsletter, capire qualcosa dai titoli è una sfida il più delle volte insormontabile. Esempio. Che cosa intendente voi dal titolo: “Fuga dall’ospedale e cena dal chirurgo prima dell’intervento, il paziente muore”? Che abbia qualcosa a che fare con “Vino birra e cibo al paziente amico prima di operarlo. Morì dopo 13 giorni”, titolo che si trova nell’edizione stampata? Non sembra ma sì, è la stessa storia. Solo che si sa, sul web bisogna pur attirare l’attenzione dei lettori. E come diciamo sempre noi giornalisti, nascondendoci dietro a un dito, purtroppo le modalità di lavoro, i tempi, le urgenze rendono la semplificazione inevitabile…

Quel che resta è volto soltanto a inseguire e vellicare la presunta “user experience” dei navigatori: 1. “Cina: la telecamera firma il maxitamponamento, sei vittime”; 2. “Il Danubio ghiacciato, le splendide immagini dal drone”; 3. “Lizzy, la ballerina che sfida i pregiudizi diventa un simbolo in rete”; 4. “Trova la moglie in macchina con l’amante, il video della sceneggiata è virale”. La caccia al clic è senza vergogna, l’eccitante avvento dell’informazione multimediale, quando sembrava che si aprissero nuovi orizzonti giornalistici, ha lasciato il posto ad una insopportabile caccia all’inutilità, alla banalità, all’ammiccamento pruriginoso, quando non alla violenza, all’orrore, allo splatter pudicamente preannunciato con qualche vaga avvertenza che punta anch’essa a moltiplicare gli accessi. I contenuti perdono la loro centralità, a favore di una fruizione indeterminata, fine a se stessa, autoreferenziale.

Questa volta non gliel’ho data vinta, non ho cliccato da nessuna parte. E come proposito per l’anno nuovo sono fermamente intenzionato a non darla più vinta a nessuno, specialmente a quelli che vanno facendo incetta di clic con la famigerata espressione “video mozzafiato”, “immagini virali” eccetera eccetera. Ma poi, il gioco vale candela? Una newsletter così, vista da uno che ha lavorato quarant’anni della sua vita nella carta stampata, testimonia una cosa sola: il giornalismo digitale nelle testate tradizionali è troppo spesso un guscio vuoto, un’idea sbagliata, una incontrollata deriva pseudo-informativa, insopportabile nella sua banalità. Per rigenerarlo bisognerebbe cambiare integralmente il sistema e la prospettiva informativa, ricostruire il senso e le finalità degli strumenti evoluti del lavoro, ritornare ai principi fondamentali che valgono sulla carta come nel digitale. Primi fra tutti, la valutazione delle notizie e la precisione dei titoli. Possibile? Forse. Probabile? Decisamente no. Ma siccome la speranza è l’ultima a morire, è giusto che ciascuno provi a fare qualcosa, anche solo simbolicamente. Per quel che vale, nel mio piccolo, io intanto ho cancellato l’iscrizione alla newsletter “Ore 12” del Corriere della Sera.