Maturità, quella genialata della media del 6

Da anni impera una “scuola-chioccia”, iper-protettiva verso i ragazzi. Tanto vale chiudere tutto

“Finalmente” sarà più facile l’accesso alla maturità: ora basterà la media del 6, e un 6, e daje, non si nega a nessuno. La Scuola italiana, fino a ieri una delle migliori del mondo, si sta rapidamente avviando ad essere una delle peggiori, il regno degli analfabeti, la fiera degli ignoranti. “Abaso l’arin metica!“, come stava scritto sui muri del Paese dei Balocchi.

Eppure basta ascoltarli, questi giovani, quando casualmente qualche telegiornale li intervista: quasi mai in grado di mettere insieme soggetto, predicato e complemento; spesso incapaci di elaborare pensieri complessi, strutture semanticamente espressive; di una povertà lessicale generalmente tragica e disperante, che denuncia, alle spalle, un deserto di letture e di studi. 

Colpa anche dei loro insegnanti? A volte è così, purtroppo: ma non sempre. E comunque, come dice quel proverbio russo, gli sta bene a mio padre che mi si siano congelate le mani, così impara a comprarmi i guanti. Vittorino da Feltre (1373-1446), celebre umanista, cui è intitolata una prestigiosa scuola primaria a Vicenza, di famiglia poverissima, si sottopose ad ogni sorta di privazioni ed anche di umiliazioni pur di accedere a quella cultura per la quale sentiva profondissimo ed insopprimibile amore. Non è sempre colpa degli insegnanti.

È il mondo alla rovescia. Un Paese che avesse davvero a cuore il proprio futuro (e che nutrisse il dovuto rispetto per il proprio glorioso passato), dovrebbe prima di tutto assicurare ad ogni studente le più ampie e complete possibilità di accedere alla scuola. “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”: sta scritto in quella Costituzione che quella fine giurista di Maria Elena Boschi stava tentando di distruggere. Ma leggetelo bene, questo Art. 34: dice “i capaci e meritevoli”, il che significa che, dopo aver appunto sgombrato il cammino dei ragazzi da ogni ostacolo di ordine economico e sociale, la Repubblica (tra parentesi fondata sul lavoro, non sul fancazzismo) deve chieder loro in cambio uno studio “matto e disperatissimo”, ed alla fine di ogni percorso di studi deve selezionare-selezionare-selezionare, parafrasando il giudice Borrelli, così che alla fine la classe dirigente che esca dalle scuole italiane sia la migliore possibile, da ogni punto di vista.

Qui, appunto, siamo nel mondo alla rovescia. Da anni, se non da decenni, si è insinuata nella scuola e nelle famiglie una cultura della chioccia, tendente a proteggere i ragazzi da ogni possibile sforzo e sacrificio. Basta con questa sadica mania dei compiti a casa! Imparare a memoria? Idiozie deamicisiane! E basta anche con le umiliazioni delle insufficienze: sei politico per tutti. E via cazzeggiando.

Del resto, già l’aveva detto Giovanni Papini nel suo celebre pamphlet “Chiudiamo le scuole!” del 1914, e anch’io, nel mio piccolo, da anni vado suggerendo di abolirle e di sostituirle con una fotocopiatrice, che una volta all’anno spedisca a casa di ogni allievo il suo bel Diploma. Tanta fatica in meno, fantastici risparmi sul personale, e tutti saranno contenti.

Sono passati cinquant’anni da quando Paolo Pietrangeli cantava “anche l’operaio vuole il figlio dottore”. Questa genialata della media del 6 dev’essere la versione che sì è inventato il governo Renziloni per attuare, con un po’ di ritardo e con suicida follia, quell’invocazione sessantottina. Buon divertimento, ma ditemi: voi vi fareste curare da un medico con la media del 6? Ad pejora.