Lupu a Vicenza, carisma che lascia il segno

Il pianista romeno al Comunale per il Quartetto ha suonato in maniera indimenticabile Cajkovskij. Come bis una pagina dell’amatissimo Schubert

Se uno non ce l’ha, il carisma non se lo può inventare. Può fare ricorso ai maghi dell’immagine e del marketing, essere un maestro dei social network seguito da legioni di fans, intervenire pubblicamente su tutto, diventare un’icona pop, anche se suona serissima musica del genere cosiddetto classico. Può fare del virtuosismo la sua bandiera e trasformare i suoi concerti in rutilanti show, con arte di consumato intrattenitore. Ma il carisma è un’altra cosa, segue strade tutte sue, soffia dove vuole. Ha ragioni che la ragione (del marketing) non conosce. La sua forza è che viene riconosciuto, comunque e dovunque. Incurante di esserlo.

Fra tutti i veri grandi, nell’affollato recinto del pianismo internazionale, Radu Lupu è forse l’interprete in cui il carisma scorre più impetuosamente. Ha il look anticonvenzionale di un personaggio di Tolstoj, grande barba e radi capelli bianchi. Attraversa il palcoscenico lentamente, a piccoli passi cauti, e siede al pianoforte con circospezione, reggendosi al leggio per evitare qualsiasi problema alla schiena. Non usa il tradizionale sgabello, ma una sedia da ufficio: si appoggia per bene allo schienale e la avvicina quanto serve o forse anche di più alla tastiera, in una posizione che nessun insegnante di conservatorio potrebbe mai tollerare. Luci quasi fioche, il minimo indispensabile. Chissà se arriverà a fare come quell’altro genio della tastiera del secondo Novecento, Sviatoslav Richter (con cui ha condiviso grandi maestri a Mosca), che nei suoi ultimi anni lasciava la scena praticamente al buio tranne una piccola lampada per leggere le partiture, che da un certo momento in poi voleva sempre sul leggio.

Negli ultimi dieci anni, il settantunenne Radu Lupu ha suonato a Vicenza quattro volte e anche se i suoi programmi erano sempre diversi, avevano comunque un centro di gravità in Schubert, sempre presente. L’altra sera al Teatro Comunale, dove ha tenuto per la stagione della Società del Quartetto uno dei due soli recital italiani di questo periodo (qualche giorno fa ha suonato a Bologna), il compositore viennese è sembrato essere una sorta di approdo chiarito solo al momento del bis, basato sull’Improvviso op. 142 n. 2.

Questa volta il programma ha seguito vie molto diverse, anche se non così lontane. Il clou era nella seconda parte, con i dodici pezzi delle “Stagioni” di Cajkovskij, uno per mese. Musica di raro ascolto nelle nostre sale da concerto; rarissimo nella completezza del ciclo. Pagine più conosciute costituivano la prima parte della serata, che passava dalle Variazioni in Fa minore di Haydn alla popolare Fantasia p. 17 di Schumann. C’era un po’ di tutto, a proposito del Romanticismo. Il preannuncio dettato dal classicista Haydn, l’irruenza febbrile e sentimentale di Schumann, lo stile un po’ estenuato eppure sempre nitido di Cajkovskij, che sfugge al descrittivismo fine a se stesso (quante “Stagioni”, nella storia della musica) in virtù di un distacco e di un’eleganza che ce lo mostrano precursore di sofisticate “decadenze”.

Il carisma di Radu Lupu vive nella sua sbalorditiva concentrazione su alcuni elementi del discorso musicale. Non c’è spazio per exploit virtuosistici “muscolari”, ma solo per il puro pensiero musicale, per la ricerca di bagliori espressivi che escludono sfoggi energetici. Il suo è ormai un pianismo minimalista, fatto di sfumature, di sensazioni sonore, in una gamma dinamica e coloristica sempre più essenziale, prosciugata, introspettiva. Se in Haydn il tocco soffice e misurato disegna un panorama psicologico vagamente inquietante, Schumann vive di dettagli, di frammenti di fraseggio, incurante di qualsiasi concessione al virtuosismo esplosivo che ha fatto la fortuna concertistica di questa pagina.

Ma è in Cajkovskij che Radu Lupu regala l’indimenticabile. I quadretti dei mesi sono una sfilata di delicati acquerelli, nei quali la raffinatezza delle armonie del compositore russo e la sua dolcezza melodica ottengono ogni soddisfazione grazie alla morbidezza del fraseggio, alla delicatezza di un tocco che gioca su sfumature infinitesimali. Una sorta di spossata rassegnazione alle Cechov circola in questa musica straordinaria e il pianista romeno la mette a fuoco con una finezza poetica trasognata eppure lucidissima, perseguita con suprema introspezione. Teatro gremito, applausi partecipi, sul volto di Radu Lupu, per un attimo, l’ombra di un sorriso.

Ph: Angelo Nicoletti