Ahi ahi signora Merkel, lei mi è caduta sul migrante

Dietrofront sulla rotta di Belgrado per la finta bontà immigrazionista della “statista” Anghela (con l’h)

Eh no, signora Merkel! Lei non può, adesso, fare finta di niente. Quelle migliaia di migranti che stanno morendo al freddo e al gelo in quel di Belgrado, in condizioni vergognose, roba da film dell’orrore della seconda guerra mondiale, sono figli suoi. Li ha chiamati lei.
È stato bello, nel ’15, proclamare ai quattro venti: la Germania apre le porte. La Germania ce la può fare! Ma come? Tutti a esaltare Obama e il suo “We can”, non poteva avere anche lei il suo “Wir können”? Tutte le anime belle del mondo a commuoversi, a dire: la Merkel, l’occhiuta amministratrice del proprio consenso, la politica che, come diceva De Gasperi, pensa non alle prossime generazioni ma alle prossime elezioni, diventa, invece, una statista.

Helmut Kohl, che si è più volte amaramente pentito di averla lasciata andare dove è arrivata, avrà pensato: la Anghela mi stupisce. Ciliegina sulla torta: l’autorevole settimanale americano Time che dichiara la Merkel personaggio dell’anno 2015 “per la sua leadership nell’aver promosso e mantenuto un’Europa aperta e senza confini di fronte alla crisi economica e a quella dei profughi”. C’era un piccola furbizia, in tutto ciò, una furbizia del tutto perdonabile in una statista come si conviene: noi ci prendiamo le famigliole siriane, gente istruita, facilmente assimilabile, gente che può servire. Solo che siriani e non solo la presero in parola, e, con in mano la foto dell’amata Anghela, in un milioncino raggiunsero la grande ospitale Germania in cui mamma Merkel aveva aperto le braccia dichiarando: “Non c’è un limite legale al numero di richiedenti asilo che può ricevere la Germania. In quanto Paese forte ed economicamente sano abbiamo la forza di fare quanto è necessario”.

Poi Anghela (perdonate la “h”; senza acca, quel nome, riferito alla Merkel, mi fa impressione. Del resto, la “g” dolce i tedeschi neanche la usano. Sarà un caso…) ha dato un’occhiata ai sondaggi e si è detta: qua divento sì una statista, ma in pensione. Contrordine compagni. Abbiamo scherzato. La rotta balcanica non va più bene. Le braccia aperte si chiudono. E allora ecco l’accordo con quel galantuomo di Erdogan, disposti a pagarlo, ma, sia chiaro, con i soldi di tutti, anche i nostri italiani, perché i profughi dai Balcani sono un problema europeo, quelli che arrivano in Italia sono un problema italiano, colpa nostra che non sappiamo difendere i confini dell’Unione.

È diventato comodo persino quel fascistone di Orban, che tutto sarà, salvo che fesso. Ha capito subito, lui, che se il muro non lo faceva di qua, la Anghela glielo faceva di là. Magari non fisico, magari senza filo spinato, perché di filo spinato i tedeschi ne hanno già messo giù che basta per diverse generazioni, ma ugualmente impenetrabile. E adesso i migranti sarebbero tutti a Budapest invece che a Belgrado. In Serbia possono pure morire affumicati dalle plastiche che bruciano per non morire di freddo. Mica è “Europa”, la Serbia. Mica è nell’Unione.

Nessuno di quei migranti, però, vuol diventare serbo, men che mai ungherese. Vogliono la Anghela, loro, o Norvegia, Danimarca, Svezia. E Orban, il fascistone, li lascerebbe passare tutti, questo è certo. Organizzerebbe persino i treni senza bisogno di piombarli, tanto non ne perderebbe per strada neanche uno. Ma la grande ospitale Germania, protetta dal filo spinato gentilmente offerto dall’Ungheria, pensa ad altro. Che i disgraziati di Belgrado muoiano pure di freddo. E noi europei dobbiamo aspettare che sia quell’arnese del nuovo presidente americano, il Trump da Nuova York, a sbugiardare quella che pensa di essere, e, ahimè, per davvero è, il capo dell’Europa.