Non si fanno più figli perchè non ci si sposa più

La precarietà sul lavoro ha il suo peso. Ma il fattore decisivo è l’abbandono della famiglia stabile

A Vicenza nascono sempre meno bambini. E’ l’allarmante aspetto testimoniato dagli ultimi dati, dai quali si evince come il trend berico delle nascite continui, senza inversioni di rotta, a tracciare spirale negativa che perdura da almeno dieci anni e che, nel 2016, ha registrato il dato più basso dal 2007. Per la precisione, lo scorso anno sono venuti al mondo meno di 800 nuovi nati – 797 per la precisione -, un dato ancora più basso rispetto al 2015, quando furono 818, e al 2014, quando risultarono 984. Come mai tutto ciò? Quale il motivo per cui neppure la significativa presenza di stranieri riesce a risollevare la natalità vicentina, anno dopo anno sempre più ridotta?

La risposte degli esperti, in questi casi, tendono solitamente a focalizzarsi su variabili quali l’impoverimento economico, la precarietà lavorativa, un più generale senso di insicurezza e il fatto che ci si sposi sempre meno. Tutto giusto, sono d’accordo. Anche se personalmente porrei l’attenzione pure su un altro aspetto poco considerato ma assai utile a spiegare, secondo me, la denatalità berica: il numero dei matrimoni. Nel 2002, a Vicenza, si sono celebrati 519 matrimoni, scesi a 410 nel 2007 e a 283 nel 2012. Ora, se non siamo davanti ad un dimezzamento del numero delle unioni, poco ci manca. E il tutto in appena dieci anni.

Ultimamente sembra esservi stata una debole risalita – i matrimoni celebrati nel 2015, a Vicenza, sono stati 322 -, ma la tendenza storica mi pare evidente. Che c’entra il calo delle nozze con quello delle nascite? C’entra, eccome se c’entra. Se infatti da un lato è vero che un bambino può nascere anche in una coppia non sposata e potenzialmente pure anche al di fuori di una coppia (a Berlino ben 134.000 nuclei familiari su 430.000, riferiva Repubblica del 20 aprile 2011, sono composti da ragazze madri sole con il loro bambino), dall’altro la coppia sposata rimane la massima garanzia di fecondità, oltre che di benessere psicofisico del figlio.

Come mai? Perché la stabilità affettiva tipica della condizione coniugale, variabili economiche a parte, costituisce senza dubbio uno stimolo alla natalità, mentre invece unioni di fatto o di altro tipo – prive del tutto o in parte di elementi di stabilità – rendono molto più difficile, per una coppia, scommettere e investire sul futuro mettendo al mondo un bambino. Questo è. Per cui, finché continueremo a tentare di spiegare l’inverno demografico col precariato lavorativo o con altre variabili che pure, intendiamoci, hanno un loro peso, e finché non torneremo a riconoscere il giusto rilievo sociale alla famiglia cosiddetta tradizionale, rimarremo a commentare il fenomeno delle “culle vuote” ancora a lungo.

Non si tratta, si badi, di augurarsi un nostalgico ritorno al passato ma solo un concreto ritorno alla realtà. Da troppi anni, infatti, stiamo facendo di tutto per convincerci che gli equilibri familiari un tempo diffusi – quelli, per capirci, caratterizzati dalla coppia sposata, unita e con più figli – siano surrogabili dalla diffusione di “nuove famiglie”. Si tratta di una tesi dominante, secondo molti addirittura intoccabile. Peccato però che la demografia non sia d’accordo. E su questo bizzarro pensiero sta già emettendo – nel caso non ce ne fosse chiaro -, la sua micidiale sentenza di condanna. Che non sia il caso di rivalutare matrimonio e famiglia?

giulianoguzzo.com

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