“Gender” a scuola? Almeno i bambini lasciateli in pace

Fra morbosi educazionismi e voglie di censura, polemiche venete su uno spettacolo teatrale che affronta una questione difficile. Troppo, per quell’età

A Vicenza e a Mira nel Veneziano infuria una non indispensabile polemica, tutta e per intero politica, sull’invito per le scuole allo spettacolo “Fa’afafine-Mi chiamo Alex e sono un dinosauro”, il 7 e 8 marzo. Da una parte l’assessore regionale Elena Donazzan, destra dura, la Lega Nord e in generale il centrodestra cattolico (e 78 mila “no” in una petizione online), dall’altra il Partito Democratico (Moretti in testa, una sua dichiarazione non poteva mancare), l’Arcigay e ovviamente l’autore e regista Giuliano Scarpinato.
Il tema del contendere è se sia il caso di far assistere anche i bambini delle elementari a un’opera in cui il protagonista, Alex, è «un gender creative child, o semplicemente un bambino-bambina, come ama rispondere quando qualcuno gli chiede se è maschio o femmina». L’ennesimo scontro sulla cosiddetta questione gender, fra chi pensa sia possibile e giusto poter separare l’identità di genere dalla sessualità biologica, e chi fa coincidere le due, trovando diseducativo trasmettere ai più giovani l’idea che possano essere strade diverse.

Inascoltabili, tutti quanti. Strumentalizzano l’ingenuità e la curiosità dei bambini per le loro teorie ed esigenze da morbosi adulti. «Un tema arduo – si legge nella presentazione – individuato con coraggio e accuratezza di indagine e portato in scena da attori dotati di ironia e leggerezza. Un’occasione importante per stimolare una discussione sulla differenza di genere in ambito educativo e formativo, al di là dei luoghi comuni e degli equivoci innescati da una certa disinformazione». Ma dico io: ma vi pare che un pischello di 8 o 10 anni segua la discussione sulla differenza di genere, che manco sa cosa vuol dire ed è giusto che non lo sappia? E visto che siamo stati tutti bambini (ma forse qualcuno no), ditemi se a quell’età, a parte giocare e dividersi istintivamente fra maschietti e femminucce, sia così pressante e urgente il quesito sull’esistenza o meno di un “terzo sesso”.

Ma l’arte moderna – dice – si esprime per estremi, sulle eccezioni, in contrasto con il senso comune. Corretto, e quindi di censura non si deve parlare, mai. Stando a chi difende “Fa’afafine”, come la psicologa Annalisa Zambonati dello Sportello Donna di Mira, la questione riguarda appunto «i ragazzini e le ragazzine con identità sessuali diverse dal corpo che hanno già da piccoli sentono in modo diverso rispetto ai coetanei. Uno spettacolo di questo tipo aiuta ad esprimersi, aiuta a far capire a tutti che queste figure sono sempre esistite, e non vanno emarginate o, peggio, spinte al suicidio» (La Nuova Venezia, 24 gennaio). Se non abbiamo capito male, si tratta di insegnare teatralmente a conoscere e rispettare chi, fin dalla tenera età, si sente maschio in un corpo da femmina o viceversa. E a farlo sentire uguale agli altri. Per far questo si ricorre ad un’espressione esotica, in samoano, fa’afafine appunto, che nella tradizione polinesiana indica figure socialmente accettate di questo tipo.

Ora, a parte il fatto che non si capisce bene cosa c’entri la amabilissima cultura della Polinesia con noi, è proprio necessario affrontare così presto argomenti che le pulsioni e i sentimenti fanno normalmente venire a galla durante l’adolescenza o la giovinezza? Bisogna proprio evitare che questi poveri bambini apprendano nel corso naturale del proprio sviluppo psico-corporeo cosa significa etero od omosessualità? Non basta educarli al rispetto – che equivale a comprensione e accettazione della diversità, percepita come tale – per l’unicità di ogni individuo, maschile o femminile che sia, con le sue caratteristiche singole e personali? Si deve proprio scassar loro l’anima ancora vagula e blandula, impressionabile e condizionabile, anzichè lasciarli in pace e semmai correggerne, punendola se si deve, l’infantile crudeltà verso chi non è del “branco”?

A me pare che i “grandi” – registi, psicologhe, maestre, politici, vicesindaci soi disant “intellettuali” che non hanno mai scritto un libro in vita loro, fascistoidi con la fregola censoria – siano dei grandi rompipalle, che proiettano sui piccoli le loro necessità. E questo vale per tutti gli stalker, di destra e sinistra, gender o non gender. Lasciateli senza pensieri, i fanciulli, beati loro che possono. Sono bambini: non si meritano ancora di non essere trattati come bambini. Se ne parlerà quando l’ormone chiama.

Se gli artisti son liberi di proporre i loro testi e le scuole di mandarci i bimbi, un genitore dev’essere libero di non mandarci il proprio, perchè fino a prova contraria il figlio è suo. Fossi il padre di uno di loro, quel giorno lo farei marinare la scuola, mi prenderei anch’io un sacrosanto giorno di vacanza e me lo porterei in campagna. A respirare aria pura. Libero dalle Moretti, dalle Donazzan, dalle psicoterapeute, dai registi e dalla squola. Scritta con la q.