Giornata Memoria: sì, se si studia la Storia negli altri 364 giorni

Se gli italiani avessero compreso il significato di metà di queste ricorrenze, saremmo un altro Paese. Migliore

Domani si celebra la giornata della Memoria, che ricorda la tragedia della Shoah. Giù il cappello, con la speranza che le commemorazioni siano adeguate alle circostanze, non come accadrà – purtroppo – a Verona, dove – inopinatamente – proprio in questo giorno sarà eseguita la Saga della Primavera di Stravinski, un’opera che non solo non c’entra nulla con lo sterminio degli ebrei, ma esalta riti pagani, perlomeno fuori posto in una ricorrenza del genere. Pazienza. Questo è il problema minore.

In Italia siamo pieni di giornate che a vario titolo ricordano cruciali e spesso tragici fatti della nostra storia. Ma la loro comprensione, soprattutto la presa d’atto da parte degli italiani del significato concreto di tali avvenimenti è ben lontana da venire, anzi – possiamo dirlo senza timore di offendere nessuno – il più delle volte è un mero esercizio retorico, senza intima e profonda partecipazione, un debito pagato alle mode, più che un dovere che ognuno di noi ha di fronte alla storia di assumersi le proprie individuali responsabilità. A che serve la storia? – si chiedeva già il filosofo Nietzsche. A nulla, in Italia certamente, ma anche in molti altri paesi.

La storia non è Facebook dove basta un like per acconentare tutti. La storia è carne e sangue delle genti, la conoscenza che diviene concretezza. Nel nostro paese esistono numerose giornate a vario titolo dedicate alla memoria di qualche evento storico tragico: il 10 febbraio ricorderemo la tragedia delle foibe e degli esuli istriano-dalmati; l’8 marzo la Festa delle donne si richiama all’eccidio di numerose operaie; il 25 aprile ricorda la fine del II conflitto bellico e la Liberazione; il 1° maggio, festa dei lavoratori, ci rammenta gli scioperi e i morti che caddero per i diritti degli operai; il 4 novembre consacra la fine di quell’immane tragedia che fu la I Guerra mondiale.

Senza risvolti particolarmente tragici, ma non per questo meno significativi, stanno a calendario altri momenti importanti della storia italiana, quali l’11 febbraio, anniversario dei Patti Lateranensi, il 7 gennaio festa della bandiera, il 17 marzo e il 2 giugno in cui a vario titolo, prima Regno e poi Repubblica, si ricorda l’Unità d’Italia. Insomma se gli italiani, come i fiori della canzone di Paolo Conte, avessero compreso il significato di metà di queste giornate, saremmo un altro paese, certamente non saremmo qui a ritrovarci con la corruzione che ci troviamo, con la classe politica e dirigente peggiore d’Europa e con un popolo (inutile nasconderlo!) che sembra crogiolarsi della propria arretratezza civile e culturale. Non bastano le giornate del ricordo per formare le buone coscienze, così come non bastano le messe per fare i santi.

Dovrebbe essere a tutti chiaro che il Paese sarebbe diverso se gli italiani, oltre a commemorare, avessero metabolizzato gli eventi che dicono di ricordare. Se condividessero la memoria oltre a proclamarla. Se capissero che solo avendo dei comuni valori di riferimento basati sulla storia potrebbero ritenersi un popolo, potrebbero sperare di crescere non solo su un piano civile, ma anche su quello politico, economico e culturale. La condivisione concreta non teorica della memoria storica, non i conflitti in nome di questa o quella ideologia è alla base delle fortune e della ricchezza di un popolo.

Al contrario da noi, mentre si celebrano anniversari, di cui pochi conoscono la realtà storica e pochissimi ne condividono il significato, manca del tutto la cultura storica, che è la base per poter arrivare a una serena, razionale condivisione dei principi e dei fatti fondanti la civile convivenza. La storia in Italia non si studia, né si conosce. Per la storia non si spende né si investe. L’insegnamento della storia è trascurato nelle scuole dell’obbligo, marginalizzato nelle università, dove la conoscenza storica è – nella migliore delle ipotesi – apparentata all’erudizione vuota, ai giochini costosi per raffinati perditempo. Le «conoscenze professionali» sono la scusa insipiente per eliminare le complicanze dello studio di fatti e fenomeni vitali per lo sviluppo del nostro Paese, sicché i cosiddetti tecnici sono i primi a navigare nell’ignoranza totale della direzione da cui provengono e della strada che dovrebbero percorrere. Come se fosse un abbellimento superfluo, lo Stato ritiene di non dover spendere molto per la cultura storica dei propri cittadini e in tal modo taglia l’albero sul quale poggia il nostro sviluppo.

I soldi ci sono e molti, per tante cose futili e inconcludenti. Certo l’innovazione e la ricerca sono fondamentali per lo sviluppo delle moderne economie, ma la conoscenza storica è di gran lunga più decisiva al fine di produrre la ricchezza del Paese, perché riduce le diseconomie, valorizza le risorse nascoste e rende possibili quei comportamenti che sono fondamentali per superare l’individualismo egoista e ignorante. Gli esempi che si potrebbero fare sono interminabili – basterebbe pensare quanto sarebbe difficile raccogliere il consenso dell’elettorato verso politiche protezioniste se si conoscessero le conseguenze storiche dei nazionalismi e dell’isolazionismo europeo! – ma sarà per un’altra volta.

Per domani (e anche dopodomani) sarebbe sufficiente che tutti incominciassimo a prendere atto che nei processi storici è solo l’assunzione consapevole delle proprie individuali responsabilità ciò che può scongiurare il ripetersi degli eventi tragici. Ognuno di noi si faccia autocoscienza di quanto conosce di sé e della propria storia e solo allora la memoria, da superficiale belletto, si potrà trasformare in criterio e regola per ogni scelta morale. Che è appunto ciò di cui abbiamo urgente bisogno.