Da Tosi a Variati a Manildo, la notte dei “sindaci viventi”

Storie di non-governo: Tosi a Verona, Manildo a Treviso, Variati a Vicenza, mentre a Padova non c’è neppure più il commissario

In Veneto ci sono quattro capoluoghi governati non si capisce bene da chi. Da est a ovest: Padova, dimessosi il leghista Bitonci per una congiura di palazzo che si è ampiamente cercato, non ha più il sindaco da due mesi e passa, e ora non ha nemmeno più il commissario; Treviso è amministrata da una giunta che è un morto che cammina, con un primo cittadino, il piddino Manildo, ai minimi storici di gradimento; Vicenza ha un sindaco pro-forma, Variati (nominalmente del Pd), che ogni tanto spara un annuncio e per il resto lascia che la barca navighi per inerzia; Verona si avvia alle elezioni comunali di primavera con un sindaco, Tosi, tenuto per gli attributi in aula da uno dei suoi, Casali, che non è più dei suoi, e nessuno sa esattamente che farà dopo. E poi dice che i Veneti sarebbero i bavaresi d’Italia. Ma non facciamo ridere.

A Padova il commissario prefettizio ha lasciato ufficialmente per motivi personali. Pare molto strano che un galantuomo e un funzionario di Stato stimato da tutti se ne vada di punto in bianco perchè, come ha dichiarato, ha ricevuto una proposta migliore. A pensar male si fa peccato, ma il sospetto del governatore Luca Zaia sulla mancata attribuzione di poteri straordinari a Michele Penta così da non firmare l’accordo per il nuovo ospedale a Padova est (il Pd lo vuole a Padova ovest) non si può derubricare a illazione, come fa il segretario padovano dei Dem, Bettin. Attorno a quella partita urbanistica si è giocato il recente passato e si giocherà il prossimo futuro politico della città del Santo. Si prospetta una campagna elettorale in cui il redivivo Bitonci avrà le sue carte in mano, contro il neo-papabile a candidato per il centrosinistra, Sergio Giordani. Ci attendono mesi di passione, in una Padova che vive nell’incertezza più assoluta.

A Treviso la Lega Nord pensa al dg ospedaliero Francesco Benazzi, con una lunga carriera politica alle spalle (prima nella Dc e poi in Forza Italia), ma lui ha smentito categoricamente il giorno dopo. Ha il vento in poppa, il Carroccio, che non deve fare altro che esibire un candidato decente per travolgere un centrosinistra impopolarissimo. Principalmente per colpa di Giovanni Manildo, che dagli stessi suoi supporter meno trinariciuti è accusato di non essere mai entrato in sintonia col trevigiano medio, che bada prima di tutto alla concretezza, anche un po’ gretta se si vuole, ma tant’è. Si è pure beccato la sberla in piena faccia dal De Poli eterno dominus del potere trevigiano per eccellenza, la Cassamarca, reincoronatosi da solo come se Ca’ Sugana non esistesse. Il borgomastro ha un anno per recuperare, e non condannare il futuro candidato a succedergli a una mazzata storica. Auguri.

A Vicenza sulla carta c’è un sindaco “forte” (tra l’altro è anche presidente della Provincia, presidente dell’Unione delle Province, e di qui in cda di Cassa Depositi e Prestiti), non foss’altro perchè è riuscito, con la sua nota abilità anestetica, ad annichilire in una quiete apparente sia l’opposizione (che a parte qualche raro risveglio, è in coma permanente dal 2013) sia la sua maggioranza (che, vedi da ultimo il caso dell’aggregazione della multiutility Aim con la veronese Agsm, viene ricorrentemente messa di fronte al fatto compiuto) sia il suo partito (il Pd berico ha il fegato roso da un Variati che fa e disfa contando sull’impotenza e, diciamola tutta, sulla viltà dei Dem locali, che nonostante abbiano preso più voti della civica-aborto del sindaco, devono alle sortite solitarie di un Serafin contro certo trionfalismo della giunta, anzi per essere esatti del vicesindaco Bulgarini, un qualche residuo di dignità). Ma Variati è forte politicamente, come gestore del consenso. Come amministratore fa abbastanza pena: a un anno dalla scadenza di un mandato non più rinnovabile, lascia poco e niente alla città. Preferisce far la voce grossa, lui e il suo vice, contro 8 ragazzini che imbrattano la Basilica, gesto esecrabile ma non precisamente della stessa gravità di un direttore generale del Comune che pur indagato non viene fatto schiodare, di un’intera area Borgo Berga che fra ipotesi di abuso edilizio e un tribunale fuorilegge rappresenta la più brutta pagina della città dopo il Dal Molin, di uno scandalo della Banca Popolare di Vicenza che ha visto quasi tutta la politica indecorosamente assente (per paura).

A Verona il tosismo è già passato remoto. Imploso, con uno dei suoi maggiori esponenti, Stefano Casali, che è in corsa da sindaco contro il suo sindaco, la parabola di Flavio Tosi è al tramonto. Intendiamoci: probabile che lo rivedremo da qualche parte, in vita sua ha sempre e solo fatto politica, non ce lo vediamo impegnarsi in qualcos’altro che non abbia a che fare con le stanze del potere. Ma a parte lasciare incompiute varie, quel che non si comprende è come possa tirare avanti, pur essendo gli ultimi mesi di amministrazione, uno che non si sa se starà con Forza Italia alle comunali o se pensa, magari per dopo, ad un nuovo partito diciamo di centro, civico, da mettere in piedi col suo amico Variati, se guarda anche a Renzi oppure no, se è di destra o può andar con la sinistra (scusate: col Pd, che non è più di sinistra). Uno Zelig che tutto sembra, tranne che pienamente sindaco. Ma per gli occhiuti segugi del giornalismo d’inchiesta il problema è che il candidato sindaco M5S, Alessandro Gennari, sia stato votato con soli 85 voti (andatevi a vedere quanti iscritti hanno i partiti nelle singole federazioni…).

Ma i Veneti digeriscono un po’ tutto. Checché ne dicano gli indipendentisti, assomigliano molto agli italiani: in fondo non amano essere governati. Lo diceva bene un tale che ci provò con la forza: «governare gli italiani non è difficile: è semplicemente inutile». Che siano in realtà più scaltri di quel che pensiamo, i sindaci-zombie?