Le Beatitudini evangeliche? Come una partita di calcio

Certe libere interpretazioni dei testi sacri a volte non vanno in rete…

Domenica 29 gennaio, IVa del Tempo ordinario, in tutte le chiese cattoliche del mondo, quindi anche in quelle venete, si leggerà il brano di Matteo 5, 1-12, quello che elenca le otto Beatitudini. E’ uno dei cavalli di battaglia di ogni sacerdote, specie di quelli che, dopo una studiata pausa, innestano il pilota automatico e giù a maledire ricchezza, agi, impudicizie e quant’altro senza sospettare che la stessa cosa hanno appena fatto i fedeli lì presenti: hanno aperto in automatico l’orecchio di entrata e subito dopo quello di uscita per tenere al sicuro le proprie vere angosce, cioè le proprie autentiche beatitudini. Poi, a predica finita, le grideranno solo davanti al Figlio di Dio, certi che le ascolterà e ne rimarrà sconvolto, come gli capita dai tempi di Cafarnao e dintorni.

Per fortuna c’è l’eccezione che ti riconcilia con quella minoranza di sacerdoti che prima di fare la predica, o di pubblicarla in anteprima, leggono attentamente il passo evangelico, lo pregano, lo meditano, magari in ginocchio, riuscendo infine a trovare parole credibili per commentare il fondamento roccioso della fede cristiana. Magari sì, cominciano con una domanda un po’ scontata: “Come può Gesù dire che è beato chi è povero, chi è nel pianto, chi è misericordioso oppure vittima di incomprensione e offese?”.

Ma è la risposta quella che conta e il sacerdote vicentino che l’ha trovata (non ne facciamo il nome per non indurlo a commettere atti di superbia) ce la svela in un magnifico crescendo wagneriano pubblicato in taglio basso a sinistra da un noto periodico veneto: chi è povero, chi piange, chi subisce violenza è “beato perché pieno di gioia, perché consapevole che il meglio deve ancora venire, che il futuro è nelle mani di Dio. Gesù racconta di una gioia, di una beatitudine che non è legata semplicemente ai nostri bisogni, ai progetti che facciamo, alle nostre caratteristiche personali. Ma si tratta di una gioia che nasce da qualcosa di più grande».

E qual è questa dimensione più grande che genera così tanta gioia e beatitudine? «E’ la gioia di chi si spende per un progetto più grande di sé stesso». E qual è questo progetto? E’ il progetto «di chi mette passione per conquistare la vetta di una montagna, per imparare a suonare uno strumento oppure a calciare alla perfezione un calcio di punizione direttamente sull’angolo in alto, poco sotto la traversa». Beato te, Mariolino Corso, mitica ala sinistra della Grande Inter! Come le tiravi tu le punizioni “a foglia morta” non c’è più nessuno: sempre direttamente nell’angolino in alto, sempre poco sotto la traversa, sempre imprendibili, come si addiceva al “piede sinistro di Dio”. E beati noi ad avere preti così, perché nostra sarà la curva dei Cieli.

(ph: www.piramidedicambridge.com)