Freda, il fascista mai pentito: «è l’ora delle destre»

Sul passato legato a Piazza Fontana non rinnega «nulla». Difende il popolo che ha votato Trump. Ma boccia la politica di oggi: «tutto è in vendita»

«Aspettate che mi metta i guanti» – intimava Franco Giorgio Freda alle guardie carcerarie durante i processi per la strage di Piazza Fontana – «ché il ferro democratico non mi tocchi i polsi». Nel 2000, citato come teste per lo stesso argomento, dopo esser stato assolto in Cassazione nel 1987 a seguito di altre due assoluzioni in appello, interruppe il pm che aveva cominciato a interrogarlo senza presentarsi, innescando una micidiale “sticomitìa”: «chiedo scusa, signore, lei chi è?», e quello: «sono il Pubblico Ministero». «La riverisco».
L’uomo di allora non è cambiato: severo, provocatore, senza rimpianti, educato ma sprezzante. Sembra immerso in una dimensione parallela, fatta di libri classici, storia e letteratura, traduzioni. Una sorta di vate per poche, selezionate persone rimastegli amiche. A sentire le donne che gli sono sempre girate intorno, pure affascinante. Un punto di riferimento per alcuni, o un folle, un cattivo maestro, un “nazi-maoista” pieno d’odio per altri.

Nella sentenza del 2005 della Cassazione sulla strage di Piazza Fontana si legge che l’attentato fu compiuto da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura». Freda non era processabile in quanto definitivamente assolto per mancanza di prove dalla Corte  d’Appello di Bari e da quella di Catanzaro. Ora vive tra Avellino e Padova. E’ fondatore di una casa editrice (Edizioni di Ar) fin dal lontano 1963 con testi in buona parte introvabili altrove. “Onore, Gerarchia, Fedeltà” sono le parole d’ordine del manifesto editoriale. Fino a non molto tempo fa, curava a la rubrica “L’Inattuale” sul quotidiano Libero.

Non rilascia interviste molto volentieri: l’uomo ha un che di misantropo. E difatti l’impressione è che parli all’interlocutore come fa l’oracolo con chi lo consulta: con frasi-sentenze, sospese, da interpretare. A domanda se abbia qualcosa di cui pentirsi o da ripensare sul suo passato, la risposta è secca: «niente, davvero». Sulle colpe della sua generazione e in particolare della sua parte politica, la destra neofascista, questo il suo pensiero: «troppi non hanno saputo andare oltre i limiti del proprio egoismo, troppi si sono lasciati disinnescare dalle lusinghe di questo potere impotente, dalla vanità di essere i migliori tra i peggiori. Troppi hanno preferito darsi ai proclami piuttosto che ad un retto agire. troppi si sono fatti comprare, troppi si sono imbellettati di ideologie melliflue per essere più vendibili. E tutto è saltato, è comprare, vendere, vendersi: squallida marcatura. L’Iliade, ma anche la semplice avventura di Tristano e Isotta, muore sotto un dito di polvere. Dimenticata». Un po’ di soddisfazione sembra trasparire dall’elezione di Donald Trump in Usa: «quando il popolo non accoglie supinamente i precetti degli intellettuali, lo si schernisce e si irride alle sue scelte “populistiche”»

Viene definito razzista, un nemico dei valori universali della dignità umana. Gli domandiamo se non è un valore assoluto nemmeno la libertà d’espressione, che ogni movimento invoca per sè e che il fascismo vietava agli antifascisti. Lui, serafico, nega l’esistenza di «valori assoluti», perché esistono solo valori che «hanno un significato temporale e una valenza conforme ai popoli che li assume». E cita Menandro: “Quanto è straordinario l’uomo quando è davvero uomo”, aggiungendo una battuta: «anche il capomafia de “Il giorno della civetta”, all’inquisitore che gli contesta il poco riguardo verso questa vaga “dignità umana universale” per il fatto di aver ammesso la liceità dell’uccidere un uomo, risponde con beffarda, arcaica, quasi vernacolare, irresistibile ironia: “Prima bisogna vedere se è un uomo…”. Ho l’impressione che ci vogliano parecchie centinaia di pagine di romanzi prima di poter configurare un’idea matura di “umanità”».

Per lui i problemi dell’uomo moderno sono – scandisce le parole – «la vigliaccheria. La stupidità. L’insulsaggine. La follia a basso voltaggio». E’ per questo motivo che non se la sente di «fornire soluzioni prima che si siano realizzate delle autentiche dissoluzioni. Finché l’omuncolo velleitario non riesce a trasformarsi in uomo disciplinato, non possono essere date soluzioni. È clamorosamente il momento delle destre e tutti stanno ancora a farsi i dispettucci e gli sgambetti e a berci e mangiarci sopra. Ecco: stringere la cinghia, e i denti, e marciare. Uniti, spavaldi, decisi. Le soluzioni sono così semplici!». E il futuro? «La disaffezione dei giovani attuali nei confronti della politica è in parte colpa delle storture di quanto finora si è chiamato politica, in parte dovuta all’insipienza dei giovani stessi. Ma ne conosco ancora di energici e quindi fortemente attratti dalla politica. Anche la mutevolezza delle circostanze ha il suo enorme peso». Così parlò Freda.