L’Anonimo Aforista colpisce ancora

Secondo misterioso libro dell’autore senza volto che, per gioco, autoproduce e recapita a pochi prescelti le sue sentenze di corrosivo sarcasmo

L’Anonimo Aforista ha colpito ancora. Due anni fa aveva arrivare a questo giornale online (e ad altri indirizzi a sua misteriosa scelta) l’opera prima, “Zolfanelli, Nequizie e Turpitudini”, firmandosi “Il Burgravio”. In queste settimane ha inviato la seconda, intitolata “Minima Rectalia”, preferendo chiamarsi questa volta “Il Triganiere”. Le modalità sono identiche: autoproduzione, nome surreale per indicare l’inesistente casa editrice (“Per una Beozia Liberata Disedizioni”), recapito a mano nella cassetta delle lettere.

Un gioco, il puro divertissement gratuito di un signore il cui identikit, deducendo dalle migliaia di aforismi, potrebbe corrispondere ad uno spavaldo e malinconico vicentino di non meno di 50 anni, di vaste letture, misantropo, misogino, eterosessuale vagamente erotomane, ateo e anticlericale ma non irreligioso, anarchico da un pezzo non più di sinistra, rivoluzionario disilluso, fegato marcio, occhio acuto, spirito poetico, tendenzialmente depresso, pessimista cronico, umorista per disperazione, grafomane per necessità, sarcastico ma con una sua dolcezza.

Questo secondo libro è più cupo, più coprolalico, più lascivo nelle bestemmie (le risparmiamo ai lettori perchè in realtà è una sola, quella suineggiante), e a dirla tutta, anche un po’ meno ispirato rispetto al primo. Ma sempre gustoso. Fior da fiore: «Le donne hanno un solo difetto: l’uomo»; «I nemici vanno scelti con cura»; «Il poliziotto incorrotto cosa fa? Dà la caccia ai malviventi difendendone degli altri. Un bel dilemma»; «Il Ferragosto in città mi sa di corso di sopravvivenza»;

    «Il bene non beve e non fuma. Questo è il suo problema»;

«La domenica è un crimine contro l’umanità. La mia almeno»; «Le donne son troppo belle. Non val neanche la pena capirle»; «Gli amanti occasionali sanno tutto dell’amore»; «Sembra proprio impossibile riuscire ad estrarre l’irremovibile dente del pregiudizio»; «La figa è un cul de sac»; «Purtroppo il paganesimo non paga»; «Essere o benessere, questo è il problema»; «L’equilibrio mi scansa estremizzandomi»; «L’alba perenne del progresso ci ha fatto dimenticare il crepuscolo degli dei»; «L’uguaglianza è una parola. La diversità è un fatto. Il rispetto un’illusione»; «Una allegra e onesta cacata porta sempre buon consiglio»; «Dio è luce. Sì. Artificiale»; «Se ti senti inutile, probabilmente è perchè lo sei»;

     «Il mio anarcoindividualismo m’induce a non credere a forme di bontà organizzata»;

«La protesta ormai non è che il sistema che si gratta la pancia»; «Non mi merito»; «Domenica, ipermercato, mostri. E tanta voglia di eugenetica»; «Ma perchè Vinicio Capossela non si ritira a suonare l’organetto nelle sagre di paese?»; «Chi ha avuto una vita infernale dovrebbe avere questo epitaffio sulla tomba: mai stato meglio»; «Il vero miracolo sarebbe un papa suicida»; «Il senso della misura mi sta stretto. Mi si vedono tutti i rotoletti di ciccia»; «La sega perfetta sconfiggerà l’amore?»; «Bello e mona come un dio»; «Se dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, allora dev’essere proprio bruttino»; «Confondo spesso la pace con la noia. Che sia in odore di fascismo?»; «Il forse come religione»;

      «Come si pone un vegano di fronte a una pianta carnivora?»;

«Troppe solitudini si osteggiano, gareggiano e si scontrano, quando invece dovrebbero farsi furbe ed allearsi, capirsi e poi baciarsi»; «Mica scemo Erri De Luca, a fare il contrario sta facendo un gran bel business»; «Il problema è che forse alla donna l’amore basta, all’uomo no»; «Le merde del vicino son sempre più merde»; «Esecro le minoranze che gongolano nell’essere tali»; «Il merito principale della globalizzazione è che ora le minchiate sono le stesse ovunque»; «Quelle volte in cui uno, al culmine della tristezza, si sente nell’animo un groviglio di cicatrici, si faccia forza: pensi che altro non sono le cuciture che lo tengono insieme, e sorrida»; «Elogio della democrazia: da schiavi siam diventati pecore»;

    «L’amore mi odia»;

«Amare è culo, voler bene è classe»; «Dappertutto è pieno di teste di cazzo. Ce ne ho una perfino sul collo»; «Anche oggi ho l’oppressione alta»; «La rivoluzione, diceva Mao, non è un pranzo di gala. D’accordo, ma che non diventi nemmeno un pasto alla Caritas»; «L’anticlericalismo non si fa disprezzando chi ha la necessità di credere»; «Non c’è donna che possa eguagliare l’acidità dei culattoni»; «Le acquasentiere, beati bidet dell’anima»; «Tre solo sono le situazioni in cui il nirvana può dirsi assicurato: la spensieratezza, l’incoscienza e l’orgasmo. L’estasi la lasciamo ai sanfedisti baciapile»;

     «Eccezionale! L’umanità è stata condannata per crimini contro gli USA»;

«Il cuore è una puttana. Infatti, batte»; «Attualmente non vedo nulla che possa frenarmi dall’arrivare alla condizione di vecchio porco»; «Rettitudine. Ma cos’è? Roba da urologi o una battaglia gay?»; «Eia, eia, eiaculà»; «Un Amplifon per dio, questo sarebbe progresso»; «Il giramento di coglioni è per me un moto perpetuo»; «Il cesso è il mio think-thank»; «A Vitaliano Trevisan, quella volta, forse conveniva prendere l’autobus risparmiandosi così 15.000 passi»; «Adoro non avere niente da dire».

Non gli rinnoviamo l’invito a emergere dal buio, ché tanto sappiamo che non lo farà. Invitiamo invece coloro che hanno ricevuto in dono questo godurioso distillato di bile, a farsi vivi. Potremmo fondare un club di fan dell’Aforista Anonimo. Giusto per sfidare la sua – giustificata – sfiducia nel prossimo.