Veneto, 4 capoluoghi al voto: sinistra vince solo se la destra vuole perdere

Quest’anno andranno al voto Padova e Verona, nel 2018 Vicenza e Treviso. Dall’analisi elettorale gli ultimi anni gli schieramenti possono trarre una lezione

Tra quest’anno (Padova, Verona) e il prossimo (Vicenza, Treviso) vanno a elezioni le quattro città cardine della società veneta (qui un editoriale d’approfondimento di Vvox). Venezia fa storia a sé, Belluno e Rovigo sono piccole e periferiche. Treviso, Verona e Vicenza arrivano a scadenza naturale. Padova sconta la crisi della giunta Bitonci, provocata dai profondi dissidi nella maggioranza di centrodestra che hanno portato alle dimissioni dei consiglieri e allo scioglimento del Consiglio.

Due delle quattro città vengono da amministrazioni di centrodestra, due di centrosinistra. È sotto gli occhi di tutti che le due amministrazioni di sinistra, pur assai avare di risultati concreti, si presentano all’elettorato in una situazione politica migliore. Anche a Treviso, dove certamente Manildo non ha entusiasmato e non ha esercitato una leadership riconosciuta, il centrosinistra si presenta abbastanza compatto e unito.

Tutta diversa la situazione delle amministrazioni di centrodestra. Di Padova si è detto. Bitonci si ripresenta più agguerrito contro gli ex alleati che contro gli avversari, deciso a farla pagare cara a tutti coloro che lo hanno defenestrato. A Verona quello che era una risorsa è diventato un problema. Flavio Tosi sogna il terzo mandato e spera che il Parlamento tolga il divieto. Dopo il sogno, un tantino allucinato, di diventare il candidato di tutto il centrodestra niente meno che per la carica di presidente del Consiglio, dopo il disegno, audace e audacemente perseguito, di conquistare l’attenzione del Meridione, fondando “Fari” un po’ qua e un po’ là, dopo essersi grottescamente proposto come podestà a Roma, a Tosi non rimane che la solita Verona. Il ritorno a casa. Se il Parlamento non gli farà il favore, ciò che appare poco probabile, potrà rifare quello che ha tentato di fare in Regione: adoperarsi per far vincere la sinistra, sperando in qualche ricompensa. Nient’altro.

Situazione paradossale, quella del Veneto. In tutte queste quattro città la sinistra può vincere solo perché la destra glielo lascia fare. Se analizziamo i risultati degli ultimi dieci anni, nelle elezioni in cui emergono più chiaramente le propensioni politiche di fondo dell’elettorato, il quadro è chiarissimo. Fanno eccezione solo le Europee del 2014, del tutto anomale. Il blocco della destra, in quelle elezioni, nelle quattro città considerate si attesta tra il 31,7% di Treviso e il 34,9 di Verona. Nel 2014 i veneti decidono di premiare Renzi, il rottamatore, quello che ha messo in un angolo la vecchia guardia ex Pci. È più un voto anticomunista che un voto di sinistra. Non avendolo capito, il Pd, l’anno dopo, andrà arrogantemente all’assalto di Zaia, subendo una disfatta storica.

Se si fa eccezione, quindi, per le Europee del 2014, la geografia politica veneta è chiara e lineare. Alle Europee del 2009 il blocco di destra, variamente articolato, ottiene questo consenso: Padova 53,4, Vicenza 57,6, Treviso 57,4, Verona 61,1. Alle Regionali del 2010 lo stesso blocco va dal 53,7 di Padova al 60,5 di Vicenza, al 60,6 di Treviso, al 63,5 di Verona (e sono i dati delle liste, non dei candidati alla presidenza della Regione, quindi voti politici, non personali).

Alle Regionali del 2015 la musica non cambia. E non si parli dell’effetto Zaia che in percentuale prende meno voti dell’insieme delle liste d’appoggio. Il blocco di destra va dal 52,9 di Padova, al 56,9 di Verona, al 57,3 di Treviso, al 57,7 di Vicenza.

Non molto diverso è il quadro che si presenta alle elezioni comunali. Ovviamente bisogna non tener conto delle tornate elettorali dove un sindaco in carica si ripresenta: normalmente gli elettori tendono a rivotarlo indipendentemente dalla collocazione politica.

Verona 2007. La coalizione di liste che appoggiano il primo Tosi arriva al 61,68% dei voti. Di destra ci sono altri 2.000 voti circa. Si arriva quasi ai due terzi. Vicenza 2008. Vince Variati al ballottaggio, ma al primo turno il blocco di destra può contare sul 56,65% dei voti. Treviso 2013. Vince Manildo del Pd, ma al primo turno il blocco di destra supera il 50% dei voti.

Fa eccezione, anche il questo caso, il 2014, l’anno del renzismo trionfante. A Padova il blocco di destra si ferma al 42,6% e Bitonci viene eletto solo per la totale insipienza del Pd.

In tutte le percentuali che ho elencato i voti grillini vanno a pesare e a disgregare il rimanente voto a sinistra.

Cosa si può concludere? In tutte e quattro queste città non è la sinistra, del caso, a vincere. È la destra a voler perdere. Basterebbero candidati credibili e un minimo di unità e non ci sarebbe gioco. Pertanto, se le forze di destra non danno qualche segno di resipiscenza e non entrano nell’agone attrezzate per vincere, esse vanno duramente punite. Bisognerebbe che mancassero loro anche i voti dei più accaniti e tetragoni sostenitori. In politica non riuscire neppure a raccogliere i propri voti non è, tra le colpe, certamente la più leggera.