Vicenza ingrata, finalmente un omaggio al marchese Roi

Dopo otto anni per la prima volta un convegno ha ricordato la figura del mecenate. La cui memoria verrà rispettata se si rilancia la sua fondazione dopo l’era Zonin

Ieri nella sala convegni del centro culturale La Vigna a Vicenza si è finalmente tributato l’omaggio che si deve alla figura di mecenate del marchese Giuseppe “Boso” Roi. Finalmente perchè, come ha ricordato uno dei relatori, Cesare Galla, dalla morte avvenuta il 24 maggio 2009, Vicenza non si era mai data pensiero di organizzare uno straccio di evento in suo onore. Ieri, meritoriamente, l’associazione Convivio Italia e la Vigna hanno colmato l’incredibile lacuna. Che è un po’ strana, visto che fino al luglio dell’anno scorso la Fondazione omonima, da lui fondata nel 1988 e poi arricchita dal suo lascito, era presieduta da un certo cavalier Gianni Zonin. A cui certo non doveva difettare il senso per gli onori e il prestigio che la fama di Roi poteva garantire a chi ne rappresentava l’eredità.

Ma d’altronde è prerogativa delle personalità fuori dal comune non godere appieno del riconoscimento che meritano. Perchè Boso Roi, fuori dal comune lo era senz’altro. Specie nel contesto provinciale ed asfittico della cosiddetta Vicenza-bene. Pronipote di Antonio Fogazzaro da cui ereditò la famosa Villa di Oria, sempre impeccabile come fosse stato a una cena elegante anche quando beveva un caffè al bar, omosessuale (quando l’omosessualità non era sdoganata nè tanto meno strombazzata ai quattro venti), di modi signorili e mondani, frequentatore del jet-set internazionale, ha fatto più lui singolarmente per la cultura a Vicenza, che non tutto il mondo della cultura di Vicenza per se stesso. E’ merito suo, per dire, se il capoluogo berico ottenne nel 1994 l’inserimento nel World Heritage List dell’Unesco. Quella volta, preveggente, specificò: «così come è entrata può anche uscirne, se non cura il suo patrimonio». L’abbiamo vista, la cura: solo per questo, tutti gli amministratori che si sono succeduti da quell’anno in poi, col capo chino di cenere, dovrebbero far cambiare idea al vicesindaco Bulgarini d’Elci, stizzosamente contrario a intestargli una targa nella loggia di Palazzo Chiericati, sede di quel Museo Civico a cui è finalizzata l’opera della fondazione che porta il suo nome. Non sarà certo un’intestazione a pareggiare il rischio di perdere quell’heritage, ma quanto meno si avrà l’occasione di ricordare quanto deve il sistema museale e tutta Vicenza a Roi.

Il presidente della Vigna, Mario Bagnara, e i giornalisti Gian Domenico Cortese e Cesare Galla hanno tracciato il profilo biografico ricordandone i ruoli e meriti (presidente dell’Ente Provinciale del Turismo dal 1956 al 1973, dell’Ente Ville Venete dal 1960 al 1970, ideatore dei “Concerti in Villa”) e il carattere di uomo di mondo e di cultura, appassionato di architettura e pittura, di musica, di arte. In questi momenti memorialistici, si sa, è inevitabile e comprensibile tratteggiare dei “santini”, scordandosi dei difetti. Lungi da noi farci carico dell’antipatica incombenza. Ma l’intervento finale di uno dei tre nuovi consiglieri d’amministrazione della Fondazione Roi, Andrea Valmarana, ci dà il là per suggerire che un errore, certamente a posteriori, il marchese lo ha fatto: lasciare alla Banca Popolare di Vicenza la nomina di tre componenti del cda su cinque, e quindi di fatto il controllo gestionale della onlus che poi, aderendo via via alle ricapitalizzazioni della BpVi, si è trovata con il capitale bruciato.

Fino all’onta di veder citata per diffamazione – per la spropositata cifra di 1 milione di euro – la nipote di Boso, Barbara Ceschi (ieri presente) per aver osato criticare gli investimenti compiuti da chi ha gestito la fondazione fino all’anno scorso. Fortuna che il nuovo presidente, Ilvo Diamanti, ha annunciato di voler ritirare subito questa infamia (a cui, per contro nostro, dovrebbero seguire anche le scuse), forse già dalla riunione del board della settimana prossima. Non ci sarà modo migliore per onorare il ricordo di Giuseppe Roi che rimettere in sesto le finanze della fondazione, rilanciandone immagine e attività. Così da far dimenticare, almeno un po’, la smemorata irriconoscenza dei vicentini, pronti più a buttarsi con disgustosa famelicità sul buffet post-convegno, che a sentirsi sinceramente debitori del loro rinascimentale benefattore.