Crac popolari venete, De Bortoli: «sistema di potere degenerato»

L’ex direttore del Corriere della Sera (che aveva chiesto un «esame di coscienza» a Zonin): «abuso del vincolo di “territorio”». E la stampa è stata «cieca»

In un articolo del 30 aprile dell’anno scorso, quando non era più direttore del Corriere della Sera da un anno, Ferruccio De Bortoli sferzava le «invisibili malattie dell’Italia» prendendo spunto dalla crisi delle banche: il conformismo, i conflitti d’interesse, il lassismo morale. L’esempio su cui si soffermava più in dettaglio era il caso della Banca Popolare di Vicenza, citandone l’azzeramento del valore azionario come frutto marcio di un certo modo di gestire, opaco e vischioso, specie a livello locale. Tre mesi dopo tornava sull’argomento, con un altro editoriale che gli valse l’onore di una piccatissima nota del legale di Gianni Zonin, in cui l’ex presidente dell’istituto vicentino prefigurava la linea difensiva che ha poi assunto in sede giudiziaria nel dicembre scorso: lui è innocente, ed è anzi vittima di una campagna persecutoria. La replica di De Bortoli fu di cinque parole: «un esame di coscienza quando?». Oggi De Bortoli, presidente della casa editrice Longanesi, commentando le ultime vicende delle ex popolari venete, conferma punto per punto a Vvox le sue analisi. Lanciando anche un chiaro messaggio alla stampa locale.

Oggi BpVi e Veneto Banca, che ormai fanno il paio avendo lo stesso proprietario, il fondo Atlante, ammettono di fatto la responsabilità dell’impoverimento di più di 200 mila soci offrendo un rimborso attorno al 10%-15% in cambio della rinuncia alle azioni legali, viste come fumo negli occhi da eventuali investitori, specialmente stranieri. Nel contempo stanno preparando una causa civile contro gli ex vertici. Può bastare, secondo lei, per riconquistare la fiducia del mercato e ripartire?
E’ soltanto un primo passo. E’ certamente apprezzabile il lavoro di Atlante, che ha impiegato parte della dotazione di capitale per il salvataggio delle due banche e che sta perseguendo l’ipotesi di fusione, che adesso è concreta anche se sarebbe stata opportuna in tempi diversi. A guidare l’operazione c’è un manager capace, Viola, anche se per recuperare la fiducia ci vorranno anni. Io sono originario della provincia di Belluno, conosco persone a cui i funzionari della Banca Popolare di Vicenza avevano detto di mettere tutti i risparmi in azioni della banca. Il fatto di essere azionisti di BpVi e Veneto Banca era dovuto ad un vincolo territoriale, che era anche un elemento di orgoglio, si fondava su un legame di appartenenza. Detto questo, si devono perseguire gli ex vertici anche per un semplice fatto di giustizia. Sarebbe interessante condividere di più coi vecchi soci il futuro delle due banche, che, ricordiamolo, poggiano su un territorio ancora economicamente sano.

Vincolo territoriale, lei dice. Per il Veneto il crac finanziario delle banche è stato un shock, dopo anni di consenso plebiscitario verso chi le dirigeva. Crede che l’esame di coscienza debbano farselo anche i veneti, quanto meno per capire come hanno abboccato a quello che viene definito un raggiro, comprando azioni che negli ultimi anni continuavano a salite, mentre quelle delle banche quotate scendevano?
E’ l’infinita trappola dell’appartenenza. Si diventa partigiani di una comunità, convincendosi che sia la migliore di tutte, che venga discriminata dal potere centrale. Tutti intonano la stessa opinione, in una sorta di Rotary cittadino. Intendiamoci: ci sono aspetti positivi in questo, ma quando qualcuno spezza il circuito dell’unanimità viene considerato un nemico, un disturbatore della pubblica quiete, visto come quello che si mette di traverso, e viene isolato ed espulso.

Zonin ha sostenuto, testuale, che «il deterioramento economico della Banca Popolare di Vicenza ha tre origini concomitanti: la grave crisi finanziaria ed economica del nostro Paese; l’impatto negativo della straordinaria normativa europea applicata alle banche italiane; una gestione scorretta da parte della direzione della banca, posta in essere con modalità tali da non poter essere accertata dal C.d.A». Con queste motivazioni a dicembre ha citato in sede civile la sua stessa ex banca e alcuni suoi ex dirigenti, fra cui l’ex direttore generale Sorato, al Tribunale delle Imprese di Venezia. Cosa direbbe ora a Zonin?
Come linea di difesa la trovo sproporzionata e fuori luogo, anche se del tutto legittima. Non mi sembrava un “presidente di campanello”, che si limitava ad esercitare un semplice ruolo di rappresentanza. Sorato, se non erro, l’ha scelto lui: se Sorato ha sbagliato, c’è una responsabilità oggettiva di chi l’ha scelto. Cosa manca, allora? Se fosse stato più tranquillo con la coscienza, non avrebbe proceduto alla separazione patrimoniale dei suoi beni a favore dei parenti. Io Zonin l’ho conosciuto, e ho visto in lui un imprenditore di grande attività, anche se sussiegoso e con un po’ d’arroganza. Il suo è il caso di chi forse è rimasto vittima dell’eccesso di potere: succede alla presidenze principesche, di lunga durata, che poggiano su un sistema in cui tutti, anche la stampa, sono legati l’uno all’altro.

“L’intreccio fra banca e impresa [che]… riduce ulteriormente gli anticorpi del sistema, esalta i conflitti d’interesse”, scriveva l’anno scorso. Nei cda delle due ex popolari venete sedevano imprenditori alcuni dei quali con posti di primo piano nelle associazioni di categoria come Confindustria. Al di là delle intenzioni, come si fa affrontare in concreto questo pericolo?
Negli anni ’90 si è tornati al modello della banca universale, con l’ingresso di imprenditori nelle proprietà delle banche, che in sè rappresenta un intreccio positivo fra banche e territorio. Ma non quando gli imprenditori favoriscono l’erogazione di fidi a se stessi, o quando abbiamo visto fenomeni come i compensi, che arrivavano a cifre scandalose, in chi si sedeva nei cda. Quindi, ripeto, è positivo ma non se penalizza di fatto il territorio che dovrebbe rappresentare, favorendo chi è nella proprietà. E’ un po’ come se la banca acquistasse azioni proprie…

Che è, in nuce, la stessa logica delle “operazioni baciate”.
Esatto. E a proposito delle azioni, mi stupisce che la responsabilità sia spezzettata al punto da non essere attribuibile a nessun anello della catena la determinazione del prezzo. Ci sarà pure qualcuno che dovrà assumersene la responsabilità. E non solo in sede civile.

Zonin ha parlato di «linciaggio mediatico» a suo danno. Lei, nel suo “Rendiconto” di saluto ai lettori del Corriere della Sera nel 2015, ha scritto che «i giornali devono essere scomodi e temuti per poter svolgere un’utile funzione civile». Qual è il confine fra giusta informazione critica e gogna pubblica?
Ricordo che nel 2008, quando dirigevo il Sole 24 Ore, uscimmo con un servizio in cui la Popolare di Vicenza veniva definita una “hedge bank”. Si segnalava che c’era qualcosa che sconfinava sul terreno speculativo e che andava sanzionato…

…da Banca d’Italia.
Ma Banca d’Italia ha poteri di moral suasion e di controllo, non ha i poteri della magistratura.

Ma a Veneto Banca arrivò a chiedere al consiglio d’amministrazione di farsi da parte.
Vero. In Italia nei controlli e nelle sanzioni tutto avviene tardi, quando i buoi sono scappati. Negli scandali bancari si chiude troppo presto la porta, non si ha coraggio di andare alle cause profonde. Ma per tornare alla domanda, si parla spesso di gogna mediatica, ma non si parla mai dell’eccessiva esaltazione acritica del potere da parte della stampa: è più pericolosa questa, di quella. Se fossimo stati più critici con la gestione delle due popolari venete, probabilmente non saremmo a questo punto. E così poi vediamo come si passi in maniera violenta dall’esaltare il feudatario locale a raffigurarlo come causa di tutti i mali. Posto che la presunzione di innocenza vale per tutti e i giornali non sono i vendicatori dei risparmiatori, i giornalisti devono dire le cose come stanno. Oggi, come dovevano dirle allora. Vale per la stampa nazionale come per quella locale, catturata dalla constituency dell’appartenenza, che spesso produce cecità e complicità.