La formazione come business? Ma neanche per idea

L’ultimo esempio è l’H-Campus a Roncade. Educare i giovani al lavoro è una questione di lungo respiro

Deve tirare proprio una brutta aria sul mercato delle startup (ma non ci avevano detto che erano il toccasana dell’economia italiana?) se Donadon con H Farm e il suo gruppo del salotto buono della finanza e dell’impresa veneta ha effettuato una svolta radicale, e dall’innovation si è buttato sull’education [anche noi parliamo in inglese, nds] investendo, grazie a Cattolica spa, quasi 200 milioni in formazione nel nuovo H-Campus di Roncade. Affari loro e affari degli azionisti e soci di Cattolica: per quel che ci riguarda noi i nostri figli non ce li manderemo di certo. La formazione è una cosa seria, ed anche se un ex rettore e molti grossi nomi probabilmente si accoderanno al progetto, non basta il denaro per fare le buone scuole.

Il sistema pubblico-privato dell’istruzione e il mondo dell’impresa ancora non si parlano, o si parlano male e nel campo della formazione dei giovani da avviare al mercato, i risultati si vedono, la crisi è sotto gli occhi di tutti, patente nell’incapacità delle nostre imprese di produrre nuovi modelli che le facciano uscire autonomamente dalla presente e perdurante crisi, ma evidente anche dai sintomi sempre più preoccupanti che escono dal mondo universitario, dove a ragione – secondo una recentissima denuncia di 600 docenti  – gran parte dei laureati italiani non è capace di scrivere in corretto italiano.

Certo l’argomento sarebbe troppo vasto per essere affrontato qui. Chi lavora per caso nell’ambito di qualche facoltà di economia italiana conosce bene la musica che viene suonata agli studenti. In generale gli studenti di economia hanno una formazione di base tecnica, pochissimi provengono dai licei, non sono certo i migliori studenti a scegliere gli studi economici. La conoscenza reale delle lingue straniere, inglese e tedesco almeno, è molto bassa. Lo spirito critico, la capacità di distinguere e confrontare i fenomeni, i fatti, le scelte, che dovrebbe essere la principale virtù di un futuro manager (al pari della flessibilità, prima di tutto culturale oltre che personale), sono virtù del tutto assenti, semplicemente perché non richieste.

Gli insegnamenti tecnici che la fanno da padroni, ovviamente, non sono in grado di soddisfare completamente le esigenze delle aziende, le quali anziché preoccuparsi di avere un ottimo materiale umano con grandi possibilità di crescita, preferiscono attingere dalle università giovani che sappiano ripetere, al pari delle magre lezioni che hanno appreso, la vulgata e le prassi aziendali. Se a tutto questo aggiungiamo le incertezze culturali dei docenti, che in molti casi non sono in grado essi stessi di proporre un autonomo e forte modello educativo, anzi amano farsi condizionare in nome di una supposta professionalità da cosiddetti stakeholders (portatori di interessi?) che interferiscono indebitamente ma legalmente nei processi formativi, il quadro non può che essere triste. E si capisce come qualcuno – su posizioni di clamorosa retroguardia – possa continuare a pensare alla formazione come a un business di breve periodo per chi lo gestisce, e non – come dovrebbe – a un grande affare di lungo respiro per chi lo frequenta e lo pratica.

Insomma c’è grande confusione nel mondo della formazione per le imprese, non solo in Veneto, e fa tristezza vedere che qualcuno continui a pensare di farne un business. Ma alle carenze culturali non si po’ supplire, né mentire. Onestamente bisogna ammettere che i problemi e la mancanza di energia e forza provengono soprattutto dal versante degli educatori, troppo appiattiti su modelli alieni alla tradizione culturale e imprenditoriale italiana verso i quali hanno pochissima familiarità, e nello stesso tempo eccessivamente attratti da sostegni e finanziamenti privati che snaturano le finalità educative che al contrario essi avrebbero dovuto tutelare prioritariamente. Urge un momento di consapevolezza generale: la formazione, specialmente in campo economico, ha da essere riprogettata, prima dai docenti, poi dagli imprenditori, i quali peraltro nel frattempo farebbero bene a rendere più efficaci le loro stesse attività produttive, anziché pensare di trasformare le scuole in macchine da soldi.