Confcommercio: «troppi shopping center. E chiudono pure le banche»

De Nardi (Ascom Venezia): «bene Brugnaro contro abusivi. Ma ci sono problemi ancora più preoccupanti»

Lotta dura all’abusivismo dilagante fra gli ambulanti veneziani? «È una cosa senz’altro positiva». A dirlo è Danilo De Nardi, direttore di generale della Confcommercio della provincia di Venezia. Ma la vera priorità per la politica dovrebbe essere un’altra: «arginare i parchi commerciali», i grandi shopping center. Il sindaco del capoluogo veneto Luigi Brugnaro di recente ha chiesto controlli più rigorosi sulle attività di vendita illecite facendo balenare al legislatore l’idea di codificare alcuni reati specifici in modo da fornire ai vigili urbani e alle forze dell’ordine alcune strumenti più incisivi rispetto alla tradizionale sanzione amministrativa attualmente prevista dai regolamenti comunali.

Importanza secondaria, rispetto alla minaccia degli agglomerati commerciali contro «le botteghe storiche di Venezia, con la conseguente proliferazione di attività di segno esclusivamente turistico, che non soddisfano le necessità quotidiane dei residenti, ma che stanno mettendo in seria difficoltà anche gli esercizi della terraferma» a partire da Mestre. «Qui nessuno vuole mettere il freno alla grande distribuzione ma per evitare che le aree storiche si spopolino, come avviene in Europa bisognerebbe concedere l’ok a queste strutture magari a patto che scelgano i centri storici. Se il regolatore o il legislatore continua a rendere possibili grosse strutture di vendita in periferia o addirittura in piena campagna e fuori dai Comuni come si è fatto con le aree commerciali attorno all’ospedale dell’Angelo o come si vorrebbe fare con Veneto City dalle parti di Pianiga, le attività tradizionali, che sono un valore anche per la salvaguardia del territorio, vanno in sofferenza». Si potrebbe dire quindi che la soluzione di una parte dei problemi del settore va affrontata in termini in primis urbanistici? «Esattamente». La palla, insomma, passa alla Regione e ai sindaci.

Un sofferenza che per l’alto funzionario dell’associazione va anche ricercata nel cambio radicale dello stile di vita della gente: «eecentemente ho avuto un problema al mio iPhone. Durante un pomeriggio mi sono dovuto recare alla Nave de Vero, uno dei più recenti shopping centre realizzati a Marghera (in foto). Il negozio dei telefonini, dove sono giunto su addirittura previa appuntamento, l’ho trovato pieno di gente; in quello che vendeva libri non c’erano sì e no un paio di clienti. E mentre nella gallerie e nei corridoi della struttura la gente fluiva a frotte, fuori in piazza a Mestre, nonostante una bellissima giornata, non c’era nessuno». Un mutamento antropologico, verrebbe da dire. De Nardi si fa ironico: «Tendenza antropologica? Io direi più antropofaga. Rischiamo veramente di distruggerci, di disumanizzarci. Perché ormai devo constatare che d’estate come d’inverno un numero sempre crescente di persone preferisce trascorrere tempo in quelle strutture piuttosto che passare il tempo nelle vie del centro d’una città storica o nelle sue piazze».

In questi mesi si parla anche molto di progressiva diffusione del commercio on-line. Da questo punto di vista De Nardi ritiene che gli italiani «con la sola eccezione dei libri, tutto sommato facciano ancora affidamento sulla vendita basata sul contatto fisico. Se poi puntiamo l’occhio su Venezia è logico che la crisi, visto il potenziale turistico della città storica, la si senta in qualche modo di meno. Ma in questi anni – prosegue il direttore – abbiamo assistito ad un calo dei consumi indotto dalla diminuzione degli impiegati nel settore bancario. Un tempo le filiali aprivano un po’ dappertutto. E di conseguenza clienti ed operatori qualche acquisto nella bottega vicina o nel bar vicino lo facevano. Ora invece gli sportelli, dopo tutto quanto accaduto in Italia e nel Veneto, cominciano a chiudere, e la cosa sta dispiegando i suoi effetti».

Ma potrebbe esserci una speranza specifica per Venezia, magari disciplinando in modo molto rigoroso il commercio, magari chiedendo al legislatore nazionale, come è accaduto con il Mose, di derogare ad alcune norme per la specificità della città di Marco Polo? «Si tratta di una opzione che a Roma potrebbero valutare perché in passato questa ipotesi è stata organicamente formulata anche in ambito accademico. Ma temo che su questo fronte ci sia più ascolto a Bruxelles che a Roma».