Campiello, Zuccato rompa il silenzio-stampa

Il presidente di Confindustria Veneto, indagato su BpVi, ha scelto di non parlare dopo gli articoli di Panorama sul caso del premio letterario. Sbaglia

Zuccato, perchè non parli? No, non ci riferiamo all’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza che vede il presidente veneto di Confindustria fra i 9 indagati dalla Procura di Vicenza. A differenza di altri, lui si è fiondato a parlare coi magistrati e ha tenuto un basso profilo. Un po’ troppo, secondo alcuni: pur sconvolto dalla notizia (perché Zuccato, per come lo conosciamo e secondo l’opinione di tutti coloro che lo conoscono, è una persona perbene), è rimasto a presiedere l’associazione. Un passo indietro sarebbe stato liberatorio anche per lui, ma i suoi stessi associati, per lo meno quelli che si sono esposti, gli hanno chiesto di rimanere; di parere opposto alcune forze politiche, di maggioranza (Lega) e di opposizione (M5S, e perfino un consigliere regionale del Pd, Fracasso) che da Venezia hanno invece invocato le dimissioni. A posteriori, si potrebbe dire che Zuccato ha commesso un errore a priori: sedersi in quel cda guidato da Gianni Zonin. Ma per lui e gli altri vale quel che ha detto su queste colonne online l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli: in sé può anche essere positivo che un rappresentante di categoria faccia parte dei vertici delle banche. Purché tutelino i propri rappresentati. Che invece, come tutti gli altri risparmiatori, hanno perso tutto il capitale investito in azioni BpVi.

Anche se l’affaire bancario c’entra, ciò su cui Zuccato dovrebbe trovare il coraggio di spiegarsi è la questione Campiello (qui un approfondimento di Vvox). Di recente il settimanale Panorama è tornato sul caso con due articoli: nel primo (“Campiello, non sono l’unico epurato”, 19 gennaio), il professore milanese Stefano Zecchi ha dato la sua versione dell’accaduto, ovvero che la sua intervista-denuncia a settembre della «farsesca o ignobile procedura» di leggere e giudicare 230 libri in cinque mesi, lui neo-giurato nel 2016, rendeva impossibile una valutazione, tirandosi così addosso la pubblica reprimenda di altri sei giurati (su dieci) e l’«epurazione» prima del presidente comitato di gestione, l’imprenditore bellunese Andrea Vascellari che non volle smentirlo, e poi di lui stesso, con una lettera di Andrea Tomat succeduto a Vascellari; nel secondo articolo (“Campiello della discordia”, 26 gennaio), due dei giurati sono intervenuti a favore di Zecchi: uno è Philippe Daverio («gli scandali bancari hanno disorientato gli industriali locali. L’atmosfera di tensione si ripercuote sul premio, che ha un meccanismo pulitissimo, ma ora soffre forse di faide interne ai vertici»), l’altro è il decano Riccardo Calimani («gli argomenti di Zecchi erano degni per avviare una discussione costruttiva»).

Ma soprattutto ha parlato nuovamente Vascellari, che dopo aver fatto causa per danni d’immagine, racconta così la vicenda: «L’intervista di Zecchi (…) ha scoperchiato il vaso del risentimento di Zuccato nei miei confronti per avergli chiesto per tempo un po’ di understatement a seguito del suo coinvolgimento nelle vicende della Popolare vicentina, culminato con l’azione di responsabilità (…) Lo ritenevo un dovuto gesto di rispetto verso le centinaia di associati che avevano visto invano la sua presenza nel consiglio della banca come una garanzia a tutela dei propri risparmi. Reagì con una sovraesposizione di protagonismo spesso patetica, e questa mancanza di sensibilità generò molto imbarazzo in tutta l’organizzazione». Zecchi, da parte sua, aveva invitato gli industriali «a farsi sentire e pretendere che Valentino Vascellari sia reintegrato nella sua carica».

Panorama scrive che né Zuccato né i vertici del premio Campiello vogliono replicare. Perché, di grazia? Per il banale motivo che la polemica è sgradita e si preferisce fare come certuni fanno in questi casi: troncarla con il silenzio-stampa, lasciando che si sgonfi contro il muro di gomma. Ma a pochi mesi dalla scadenza naturale del suo mandato, non trova Zuccato che sarebbe opportuno, utile, conveniente e giusto (sì, giusto) che parlasse, si confrontasse, dicesse la sua con la sincerità che lo contraddistingue, anziché chiudersi nel bunker? Vascellari forse si è espresso male o forse no, ma non si vede affatto uno Zuccato che rischi di eccedere in protagonismo, tutt’altro. Non è che la sua voce si senta troppo: si sente troppo poco. La faccia sentire. In questi casi, il portavoce o ufficio stampa che sia, non serve, tanto meno se per caso dovessero consigliargli di ammutolirsi. Si faccia intervistare – magari non da chi gli stende davanti come una sogliola. Rompa quest’abitudine veneta troppo veneta di essere usi a zittir tacendo.