Vai vecchio De Poli, mandali in malora tutti

Strana gente, i Veneti: prima adulano, poi, improvvisamente, si ribellano. Come se il dominus democristiano di Treviso non comandasse da 30 anni…

Se nel pieno del bombardamento è spuntato persino l’eroico sindaco di Treviso, Giovanni Manildo, ad assestare la sua timida archibugiata; se persino il serafico Luca Zaia ha osato per un momento contraddire la sua consueta “neutralità”, arrivando a dire «si faccia da parte» (una presa di posizione di inaudito coraggio, stanti le attitudini zaiane); se i giornali sono pieni di articoli, giorno dopo giorno, che gli fanno le pulci e persino i conti in tasca; se un consigliere come Carlo Pagotto, dopo soli cinque anni, si accorge che forse lì o si ubbidisce o non si è graditi (tutto si può dire del Pagotto, ma non che sia precipitoso nei suoi giudizi…); se tutto questo e molto altro accade, possiamo dire che sul presidente di Fondazione Cassamarca, Dino De Poli, si sta abbattendo la cosiddetta tempesta perfetta?

Parrebbe proprio di sì. E vi pare che lui se ne dia più che tanto pensiero? Parrebbe proprio di no. Manildo l’ha trattato come fosse un passante fermatosi in sosta tecnica a Ca’ Sugana. Al governatore più amato d’Italia ha risposto: «Zaia? L’ultima lettera dell’alfabeto». Sublime, efficace, definitivo. De Poli si è appena portato Gobbo, il leghista Gobbo, in Cassamarca a fargli compagnia in cda. E, per dimostrare che era una scelta assolutamente meritocratica, gli ha messo accanto la propria storica segretaria. E Zaia, il leader delle sagre del radicchio, non dice: tutti a casa. No, dice: a casa De Poli. Se la zeta avesse un’anima e una suscettibilità, si sentirebbe un tantino offesa.

Dino De Poli è finito dove è finito perché non aveva i voti per farsi rieleggere in Parlamento. Non si offenderà se si può considerare uno scarto della politica, quando la politica c’era. Ma non avere i voti non vuol dire non avere personalità e abilità. Per trent’anni ha fatto a Treviso quello che ha voluto. Era il sindaco non eletto a cui quello eletto, di qualsiasi colore, rendeva un ossequio quasi feudale. Ogni tanto qualche screzio c’era, è vero, ma bastava poco, al Dino nostro, per uscire vincitore.

Neanche Paolo Biasi a Verona o Gianni Zonin a Vicenza hanno avuto lontanamente il peso esercitato a Treviso da De Poli. Ha fatto e disfatto, ha costruito e sprecato. Aveva i soldi, questo è certo, ma i soldi non bastano se l’Amministrazione non lascia fare. Ci si può meravigliare se, dopo trent’anni, con 87 primavere sulle spalle, tante battaglie vinte e stravinte contro omuncoli presuntuosi e vanesi, uno si sente padrone dove padrone non è? È solo colpa sua?

Strana gente, i Veneti. Sopportano, adulano, elogiano, applaudono, a volte strisciano, appoggiano, secondano per anni e anni. Poi, improvvisamente, esplodono (si fa per dire), si ribellano (con garbo), spettegolano (senza ritegno), reclamano le teste (con vigore), si proclamano innocenti e oppressi (in assoluta buona fede). Da questi Veneti, di cui è il prototipo e l’essenza, può Zaia, l’ultima lettera dell’alfabeto, non essere amato? Certo che no.

E tu, vecchio Dino, mandali tutti in malora. Rimani quel tanto che basta per sputtanare i codardi che mettono il naso fuori solo ora quando il rischio è finito. Dopo di che, la palanca non ti manca, l’appetito neppure, dalla Cassa hai succhiato il meglio, va’ in Manciuria, dove ti cucinano il tuo piatto preferito, quel braccio d’orso al cui solo pensiero un tempo lacrimavi di piacere. Quei trevigiani lì non ti meritano più. Li hai “serviti” fin troppo.