In difesa di Tullio De Mauro

La “leggenda nera” del linguista che avrebbe contribuito all’analfabetismo di massa degli italiani. Invece era un Grande. Ecco perché

C’è una leggenda nera secondo cui il padre Las Casas, l’apostolo e il difensore degli Indigeni e dei neri d’America, sarebbe stato lui stesso uno schiavista. Sento adesso che si cerca di accreditare una leggenda nera su Tullio De Mauro, l’apostolo della lingua italiana, commemorato con tanto fervore in occasione della sua morte il 5 gennaio scorso. Sarebbe stato lui, proprio lui, la persona che con le sue idee avrebbe danneggiato la conoscenza dell’italiano e portato la scuola all’attuale decadenza. I nostri studenti, per colpa di De Mauro, non sanno più scrivere in italiano! E come questo sarebbe successo? L’ha detto il prof. Giorgio Ragazzini a Radio 3 e l’ha scritto Spartaco Pupo sul “Giornale”, tutti e due il 7 febbraio, in margine alla cosiddetta “Proposta dei Seicento” sul declino della lingua italiana a cui i mezzi di comunicazione hanno dato larga diffusione.

Come sarebbero andate le cose? Le riassumo a modo mio. Correva l’anno 1968. Posso parlarne per diretta esperienza perché io c’ero, la gran parte di voi che leggete, no. Tra le varie contestazioni, non tra le principali devo dire, ci fu anche quella della grammatica. A proporre l’abolizione della grammatica non furono degli studenti scalmanati, ma degli studiosi, dei linguisti, giovani, certo, allora, che notavano le aporie della grammatica tradizionale, ossificata da secoli e fragile soprattutto nei punti più delicati, come – per dirne una – la definizione del soggetto (non un dettaglio!).

Contribuiva a questa messa sotto accusa il potente rinnovamento della linguistica scientifica che, partendo da Saussure (edito, tradotto e studiato da De Mauro) aveva dato origine allo strutturalismo, alla sociolinguistica, alla grammatica generativa, alla grammatica del testo. Nessuno di questi movimenti era nato in Italia, ma in quegli anni di potente, anche se talvolta confusa, modernizzazione, il rinnovamento della vecchia glottologia fu ben rappresentata anche da noi. Era chiaro che questo rinnovamento nello studio scientifico della lingua non poteva non mettere in dubbio la validità del millenario, complesso ma anche contradditorio apparato della grammatica tradizionale, e anche sei suoi fini: tutelare la buona lingua, cioè… la lingua del passato.

La lingua rinasce con la nascita di ogni bambino, non dorme di sonno eterno negli scrigni degli abecedari e nei manuali di grammatica. Evolve col tempo, e cambia anche il modo di studiarla. Fatti simili a questo della contestazione della grammatica, erano già successi nella storia. La Rivoluzione romantica, per esempio, aveva ucciso la retorica, fino all’Ottocento pilastro dell’insegnamento scolastico in tutta Europa. Anche la grammatica aveva corso dei rischi, ma era stata risparmiata: “Mort à la rhétorique, et paix à la syntaxe!”, aveva scritto Victor Hugo. Nel secondo Novecento la grammatica è stata abolita nelle scuole in Inghilterra e in Olanda. Nel primo paese è stata poi reintrodotta, non so nel secondo.

De Mauro non era tra gli abolizionisti. Cosa succede nella coda lunga del Sessantotto? Nelle Dieci Tesi sull’educazione linguistica, scritte da De Mauro e diventate documento programmatico del Giscel, società degli insegnanti medi a cui avevano aderito anche molti universitari, si legge che l’insegnamento della grammatica tradizionale, largamente imperfetta (“un Aristotele male appreso”!) non è la chiave di volta della maturazione linguistica dei ragazzi. Al suo posto vengono viene proposta tutta una rosa di altre conoscenze e abilità linguistiche.

Ma De Mauro parla anche della necessità che l’italiano possieda strumenti scientifici di qualità per tutti i livelli della lingua, tra cui una grammatica “adeguata ai fatti”. Io che, giovane universitario, avevo partecipato al varo delle Tesi a Roma nel 1975 , ne ho tratto allora l’idea di realizzare una Grande Grammatica italiana di consultazione in tre volumi, che ho poi effettivamente realizzato assieme a Giampaolo Salvi e Anna Cardinaletti (ed. Il Mulino), e che con le sue 2.000 pagine è una delle grammatiche più grandi e più dettagliate di una lingua del mondo.

Intanto le tendenze antigrammaticali si erano indebolite. Le Dieci Tesi di De Mauro e tutta la sua opera, lungi dal rappresentare, come pretendono Giorgio Ragazzini e Spartaco Pupo, un’espressione del lassismo sessantottino, ne segnavano un punto di svolta. Ispirate al massimo rigore, chiamavano i professori, e le istituzioni, alle armi, cioè allo studio e all’impegno. Un po’ come fa oggi il manifesto dei Seicento, ma questa volta, devo dire, in tono minore. La differenza è che era chiaro allora che per fare grammatica bisognava prima rifondarla, e che questo sarebbe costato “lagrime e sangue”. Non tornare indietro.

Ma tant’è, c’è chi pensa che chi vuole mettere in dubbio le antiche certezze sia un corruttore della gioventù che vuole in realtà minare la stabilità della polis. Ricordate il caso di Socrate? Non arrestato dalla cicuta, De Mauro ci sarebbe riuscito. Socrate fu processato vivo, De Mauro lo è nel trigesimo della morte. Il primo attacco gli è stato mosso il giorno dopo della sua morte, il 6 gennaio (vedi gruppodifirenze.blogspot.it). Non sarebbe stato più leale e più coraggioso farlo mentre era in vita e quando avrebbe potuto rispondere da solo? Ernesto Galli Della Loggia, che ieri dal Corriere spara pallottole avvelenate su Tullio De Mauro, ne aveva già sparate prima, almeno. Risponderò un’altra volta anche a queste parole, che richiedono una disamina più precisa.

De Mauro è stato per decenni il punto di riferimento più autorevole, vivo e efficace nella difesa e promozione della lingua italiana, del suo studio e del suo insegnamento. È stato il primo che ha scritto la storia dei parlanti l’italiano, dei dialettofoni e delle minoranze, che ha monitorato le proporzioni statistiche tra analfabetismo e alfabetizzazione nella storia dell’Italia moderna. Il primo che ha studiato l’efficacia della scuola e delle altre istituzioni nell’insegnare l’italiano agli italiani. Il primo che, quando l’analfabetismo, nel secondo Dopoguerra, è apparso finalmente debellato, ha additato i pericoli dell’analfabetismo di ritorno e il nuovo traguardo dell’alfabetizzazione funzionale.

Tullio De Mauro non c’è più. Gli insegnanti che vogliono sapere qualcosa sull’italiano che non sia la vecchia grammatica che loro stessi avevano imparato a scuola, ma qualcosa di meglio e di più, leggano Tullio De Mauro. Potranno mettere in pratica una delle tante idee che questo uomo grande e generoso ha seminato in tutta la vita.

Lorenzo Renzi
già docente di filologia romanza all’Università di Padova